venerdì 18 novembre 2016

Spuntano come funghi negozi cosmetici monomarca

Spuntano come funghi negozi cosmetici monomarca

Spuntano come funghi negozi cosmetici monomarca

 
La strategia di distribuire una marca cosmetica puntando prevalentemente su punti vendita monomarca, in franchising o con altri tipi di “controllo”, è stata più volte premiata dal successo.
Questa strategia di distribuzione pare premiare rapidamente sia come vendite che come valore del brand.
La forza del brand viene artatamente dilatata, aumentando il numero di punti vendita.
Le crescite reali vanno però analizzate considerando le same-store sales, cioè il volume delle vendite a parità di punti vendita.
Considerando questo fattore la crescita delle marche che hanno puntato sui negozi monomarca è destinata a trovare un suo equilibrio .
La catena di negozi può essere di proprietà, richiedendo un investimento notevole della casa madre, o con formule come il franchising dove l’affiliato ( franchisee) si fa carico della quota di investimento più importante nell’apertura del nuovo punto vendita.
Questa formula ha il grande vantaggio di “autofinanziare” la crescita distributiva. Più un marchio diventa appetibile, più è facile reperire investitori disposti ad aprire nuovi punti vendita.
I marchi che operano in franchising possono ovviamente anche aprire punti vendita di proprietà.


BODY SHOP

A suo tempo esplose il fenomeno The Body Shop. Una vera e propria case history da citare durante le lezioni di direzione aziendale. Anita Roddick partì da un ”negozietto” inglese nel 1976 per poi creare un colosso ceduto a L’Oreal per 652,3 milioni di sterline ( dell’ordine di 1 miliardo di €) nel 2006.
Lo straordinario successo si associa anche alla strategia di associare valori extra-funzionali al prodotto cosmetico.
La capacità di dare una forte identità al brand fu esemplare.
Body Shop è stato il primo marchio di successo a cavalcare tenacemente temi etici, animalisti ed ecologisti.
È stato anche il primo caso dove il giornalismo investigativo di  Jon Entine sulla rivista Business Ethics  ha messo in discussione chi vantava platealmente sentimenti  ed impegno animalista, comportamenti etici e solidali, donazioni caritatevoli.
Per il consumatore è difficile verificare quanto c’è di vero dietro alla pubblicità di tutti questi comportamenti e gesti nobili, associata alla vendita di un prodotto di consumo come il cosmetico.
Il termine GREENWASHING pare sia nato in quella occasione.
Il marchio opera in franchising.


LUSH

Simile la partenza di LUSH, un “negozietto” nel 1994 a Poole , in Inghilterra.
Simili anche molti valori extra-funzionali comunicati: attivismo animalista, pacifista, ecc..
Più originale la caratterizzazione del prodotto con l’idea “appetibile” dei cosmetici HAND-MADE, vegetariani, biologici ecc..
Lush promuove anche l’idea del cosmetico “fresco”, non destinato all’eternità.
Nonostante le scelte per certi aspetti radicali che caratterizzano la marca, la comunicazione non assume toni “talebani”.
Il marchio opera in franchising.

BOTTEGA VERDE

In Italia per anni tra i fatturati più alti nei prodotti skin care italiani abbiamo avuto Bottega Verde. La diffusa esterofilia può far perdere di vista un fenomeno tutto italiano che sfortunatamente non siamo riusciti ad internazionalizzare adeguatamente. Anche per Bottega Verde la storia parte da un “negozietto”. In questo caso una erboristeria a Pienza in Toscana, nel 1972.
Il marchio non ha assunto i caratteri “militanti” che tanta fortuna hanno portato a Body Shop e Lush, ma in Italia è l’indiscusso leader del cosmetico cosiddetto “naturale” ed anche in Europa se la gioca a testa alta con altri marchi “green”.
Il marchio opera in franchising.


MAC COSMETIC

Nata nel 1984 in Canada, raccontano, addirittura nella cucina dei 2 fondatori, male up artisti insoddisfatti dei prodotti presenti sul mercato.
Ha aperto il primo negozio monomarca a New York nel 1991. Cinque anni dopo entrò sotto il controllo del gigante USA Estèe Lauder. Con migliaia di punti vendita monomarca ( dato non certo )  i report degli analisti finanziari raccontano che nel mondo venga venduto un rossetto o un eyeliner MAC ogni 2 secondi.
Il posizionamento del marchio MAC sembra più mass-tige staccandosi da Estèe Lauder e dagli altri marchi del gruppo sempre più orientati al lusso.
La forte crescita dell’e-commerce ha visto il marchio MAC in prima fila nell’abbandonare  tutti i canali tradizionali di comunicazione puntando solo su quella digitale.
Il marchio non opera in franchising.

KIKO

Anche questa è una storia tutta italiana, dove il gruppo imprenditoriale Percassi  ha intuito nel 1997 che c’era spazio per un nuovo marchio nel make-up con posizionamento e distribuzione diversi da quelli tradizionali.
La forte crescita, anche in piena recessione economica, fa pensare che l’intuizione fosse giusta;  penso che anche la esperienza e competenza nel retailing monomarca nel mondo del fashion debbano aver giocato la loro parte.
Con un target più giovane e questa congiuntura economica, la marca KIKO ha avuto uno straordinario successo posizionandosi nel mass market .
Il marchio non opera in franchising.
The Aesop Story

AESOP

Chi viaggia molto all’estero avrà notato un brand emergente. Anche se non è distribuita solamente attraverso i negozi monomarca AESOP ha puntato su un discreto numero di aperture di punti vendita “firmati”.
La marca australiana , in realtà è controllata dal gigante brasiliano delle vendite dirette NATURA, cerca un posizionamento premium / masstige.
Concludendo:
in un mercato ad alta redditività i successi miliardari di linee cosmetiche  partite da zero distribuite attraverso catene di negozi monomarca fanno pensare che questo sia un percorso “più facile” per una start-up cosmetica.
In realtà, come sempre: uno su mille ce la fa.

Rodolfo Baraldini
pubblicato 23 ottobre 2014
  
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2 Commenti



  1. un paio di notazioni: The Body Shop in Italia ha fatto il percorso inverso, negli ultimi 7/8 anni ha chiuso quasi tutti i monomarca (anche in posti strategici tipo Roma Termini e via del Corso), ora se ne contano meno di 10 e punta tutto sull’ecommerce (la volontà di non sparire dal mercato italiano è dimostrata anche dal fatto che invia puntualmente prodotti alle blogger)
    MAC Cosmetics nasce da un fotografo e un parrucchiere, partner nella vita e nel lavoro, con l’idea di creare trucchi che non fossero teatrali da utilizzare per photoshoots, e l’approccio nel tempo non è cambiato perché si rivolge in primis ai professionisti del settore (a cui dedica tutta una serie di iniziative, anche di carattere scontistico), poi al “resto del mondo”.
    Non opera in franchising ma in Italia ha una strutturazione molto particolare perché non ha solo monomarca ma anche counters Coin gestiti in maniera diversissima dagli stores (e in verità ha qualcosa “del genere” anche negli USA).

     


    • Grazie per le note e precisazioni. La parabola Body Shop è interessante non solo perché è stata la “prima” monomarca di successo e le era dovuta la prima posizione nel mio sintetico excursus. Il marchio è ancora al 23° posto e ritengo si trovi in quella posizione di equilibrio ( commerciale/finanziario ) dove le same store sales non crescono. Visto che di marketing ne capiscono, sarà interessante vedere che strada intendono percorrere a parte l’e-commerce su cui ormai tutti puntano.

       

 

giovedì 17 novembre 2016

Fototarocco ovvero le esagerazioni del fotoritocco

Fototarocco ovvero le esagerazioni del fotoritocco

Fototarocco ovvero le esagerazioni del fotoritocco


Ho spesso parlato delle esagerazioni del fotoritocco nella pubblicità.
Sono evidentemente proporzionate alle promesse ingannevoli, miracolistiche ed esagerate di certa pubblicità, o sPUtBLICITÀ.
Visto che i markettari non mancano di senso dell’umorismo, non escludo che amino sfidare l’incredulità del consumatore. Ma può anche capitare che chi è responsabile della post-produzione degli scatti fotografici ami giocare come Escher con le sue “figure impossibili” .

Le solite foto prima e dopo- qualcuno ci crede ancora?

Non sempre avere una mano sulla spalla è rassicurante


Che gambe !


Se incrociare le dita portasse davvero fortuna !!


Il primo caso di madre e figlia siamesi

Rodolfo Baraldini

 pubblicato 13 agosto 2014

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L’Illusionista Cosmetico
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lunedì 14 novembre 2016

CAPELLI LUNATICI.

. .     CAPELLI LUNATICI.

  CAPELLI LUNATICI.



PERCHE’ LA LUNA CI ATTRAE ?
CHE INFLUENZA HA LA FASE LUNARE SUL TAGLIO DEI CAPELLI ?
Angelica mi scrive:
“.Spesso in siti o blog che si occupano di cosmetici green per capelli e di consigli per la crescita dei capelli, leggo di “fasi lunari” che influenzerebbero la crescita dei capelli e quindi tutti gli pseudo-consigli sul tagliare i capelli in luna crescente invece che calante, o simili..Da scettica quale sono, ho sempre storto il naso di fronte a tali informazioni.. considerandole a mio parere delle “bufale cosmetiche”.. perchè per me non veritiere.. Ma il dubbio rimane, visto che molte si affidano a queste credenze..”
Grazie Angelica,
mi hai ricordato una delle più simpatiche* leggende o favolette che circolano nel mondo cosmesi e delle cure estetiche..
Rispetto a tante diffusissime credenze false e irrazionali la storiella dei capelli che tagliati in una certa fase lunare crescerebbero meglio ha quel non so che di comicamente pseudoscientifico che mi intriga.
Infatti come molte credenze o convincimenti fallaci è frutto di una combinazione di più fallacie.
A monte c’è un evidente bias di conferma, di chi volendo confermare o rinforzare le proprie idee trova solo gli argomenti che gli fanno comodo. Gli illusionisti ( anche nel marketing ) sanno bene come sfruttare questa combinazione di abbagli che ingannano la mente.
Vediamo di analizzare il diagramma di flusso ILLOGICO che sta a monte di questa BUFALA.

“I capelli come l’erba crescono giorno per giorno. Le piante crescono meglio se le nutri e le poti quindi anche i capelli devono essere nutriti e tagliati per crescere meglio”

FALSO

I capelli non crescono come le piante  ovvero il processo di crescita del capello è completamente diverso da quello normale delle piante.  I capelli sono cumuli di tessuti morti. NON SONO VIVI COME LE PIANTE. Non possono essere nutriti e tagliarli o non tagliarli non ha alcun effetto diretto sulla loro crescita.
 
“Se tagli i capelli crescono più sani, il taglio li rinforza”

FALSO

 Ancora una illusione per contagio o similitudine con il comportamento delle piante. Tagliare i capelli significa rescindere tessuti morti, generati mesi, a volte anni prima. Non ha nessun effetto diretto sulla crescita dei capelli al momento del taglio o successivamente. Tanto meno il taglio può modificare l’intima struttura chimico/fisica e la conseguente elasticità o resistenza meccanica di tessuti morti e defunti mesi o anni prima. 
 
“la luna piena attrae di più l’acqua delle maree, l’attrazione dipende dalla fase lunare”

FALSO

Dimensioni apparenti della luna piena in apogeo, lontana, e perigeo, vicina.

La forza gravitazionale espressa dalla luna sulla terra è funzione della massa della luna ( costante ) e della sua distanza. Non dipende minimamente da quanto la luna è illuminata rispetto all’osservatore. La luce solare riflessa dalla luna non ha alcun effetto o influenza sul livello delle maree. Le maree con la luna al perigeo possono essere più ampie.
 
“la luna attrae l’acqua e fa crescere le maree, non si può imbottigliare il vino in certe fasi lunari perché i tappi scoppierebbero, così non si possono tagliare i capelli in luna calante perché la “ricrescita” è minore.”

FALSO o almeno parzialmente falso

   Le alte maree oceaniche , ma anche atmosferiche e terrestri sono cicliche ripetendosi 2 volte in una giornata. Quindi una alta marea sulla terra è rivolta verso la luna , l’altra è invece dalla parte perfettamente opposta alla luna, si potrebbe chiamare  marea luni-fuga, infatti si comporta come se l’acqua fosse non attratta ma respinta dalla luna . In un sistema non a vasi comunicanti come una bottiglia chiusa, luna o non luna, per quanto io possa attrarre il liquido , la sua quantità non cresce e quindi non può crescere di livello. Maree e fasi lunari non sono collegate, a causa della rotazione della terra abbiamo diverse maree nella stessa fase lunare. Tagliandomi i capelli in una precisa fase lunare posso essere indifferentemente in un momento di alta o bassa marea ( dipende dall’orario ). 

Concludendo:
  • NON ESISTE ALCUNA PROVA O RISCONTRO E NEPPURE NESSUN ARGOMENTO RAGIONEVOLE A SUPPORTO DELLA CREDENZA CHE TAGLIANDO I CAPELLI IN UNA CERTA FASE LUNARE CRESCANO POI, MEGLIO O PEGGIO.
  • NE’ L’ATTRAZIONE GRAVITAZIONALE DELLA LUNA, NE’ LA DEBOLE LUCE DEL SOLE RIFLESSA DALLA LUNA HANNO UNA QUALCHE INFLUENZA SUI COMPLESSI MECCANISMI BIOLOGICI , FISIOLOGICI E BIOCHIMICI CHE REGOLANO LA CRESCITA DEI CAPELLI.
  • CHI NON SOFFRE DI LICANTROPIA O DISTURBI SIMILI, PUO’ TAGLIARSI I CAPELLI ANCHE IN FASE DI LUNA CALANTE
  • .
    *nota: vengono definite MAGIE SIMPATICHE quelle con l’associazione “luna crescente = grano crescente” ecc..
    è un evidente nonsense dove si vuole forzosamente vedere nella natura conferma ai propri pregiudizi.
    La luna non cresce e non cala. Per nostra fortuna è sempre lì, sempre uguale che gira sulla sua orbita attorno alla terra.
    Noi la vediamo , sempre uguale, ma a volte è più illuminata ed a volte è meno illuminata dal sole. Quella che cresce e cala è solo la luce riflessa.
    Se per magica simpatia vogliamo pensare che davvero la luna cresca e che come lei crescano in sua presenza tutti i processi biologici: potremmo dire anche ” luna crescente = tumore crescente”.


    Rodolfo Baraldini

    martedì 8 novembre 2016

    GLI SCRUB alias: L’Esfoliazione Meccanica

    GLI SCRUB  alias: L’Esfoliazione Meccanica

    GLI SCRUB alias: L’Esfoliazione Meccanica


    La foto  non è sbagliata.
    Infatti i maschietti hanno nella routine della rasatura un indiretto beneficio per la cura della pelle del viso. Ogni mattina si fanno una esfoliazione meccanica.
    Nella comunicazione cosmetica si dice che :
  • L’esfoliazione promuove il turn-over cellulare.
  • Stimola la produzione di collagene ed elastina.
  • Facilita l’assorbimento di altri principi attivi sulla pelle applicati subito dopo il trattamento con prodotti esfolianti.

  • Paradossalmente l’ultimo punto , tradotto in termini diversi da quelli comuni al marketing cosmetico, potrebbe essere descritto come: abbassa la barriera cutanea e riduce le difese della pelle.
    Il meccanismo biologico per cui rimuovendo corneociti “morti”,  da qualche giorno, dalla superficie della pelle si stimolerebbe la produzione di nuovi corneociti non è stato ancora compiutamente elicitato.
    C’è una sostanziale evidenza nel fatto che una routine di esfoliazione sul viso “funziona” e nella maggioranza dei casi migliora l’aspetto della pelle. Questo vale per l’esfoliazione sia chimica che meccanica . Se nell’esfoliazione meccanica si possono immaginare anche interazioni vascolari ed endocrine con il massaggio e la frizione, nell’esfoliazione chimica i meccanismi d’azione, dipendenti solo da reazioni biochimiche e di segnale ( i famosi TGF , EGF ecc.. ) in realtà non sono ancora ben compresi.
    Quindi: non si sa bene perché, MA FUNZIONA.
    I cosmetici per esfoliazione meccanica sono spesso chiamati SCRUB e sono stati anche un grande successo in Italia.
    sito Collistar

    Il caso SCRUB della Collistar

    L’idea formulativa è un classico della cosmesi professionale, cioè dei cosmetici per Istituti di bellezza . E’ talmente vecchia che 15 anni fa quando formulai uno scrub con oli e sale, dovemmo chiamare i prodotti all’halite, per svecchiare ed impreziosire il prodotto . L’halite è sempre e solo cloruro di sodio. Il primi scrub al sale erano in realtà una rilettura , non detergente della “pastalavamani” il comune sapone per meccanici e officine. Le prime formulazioni prevedevano semplicemente sale della giusta granulometria immerso in paraffina o oli simili opportunamente colorati e profumati.
    I sali precipitavano sul fondo e si trattava di pescare dal vasetto il sale per applicarlo. Solo successivamente si è cercato un effetto pasta dove il sale non precipitava sul fondo del vaso. Effetto peraltro facilmente ottenibile con oli e burri vegetali anzichè paraffina.
    Questa idea di prodotto, passata dal mercato professionale al retail con un marchio prestigioso come Collistar ha fatto vendite e numeri da paura. Sospetto che il prodotto sia uno dei best sellers della marca. Il prodotto che sembra semplicissimo è in realtà cosmetologicamente complesso.
    Se si utilizzano oli vegetali il rischio irrancidimento è altissimo ( Collistar riesce a dichiarare un PAO di 24 mesi, chapeau !!! ).
    La viscosità di questi unguenti-pasta varia molto con la temperatura ed il prodotto dovrebbe avere una analoga applicabilità in estate ed in inverno.
    Progettare la tenuta del packaging non è banale, i vasi non sono fatti per tenere oli che possono diventare liquidi. Più altre problematiche del genere . Ma se il prodotto si immagina per l’autoproduzione è veramente semplice realizzarlo.
    nota: molto bello lo scrub con pagliuzze oro di Collistar A cosa serve l’oro in un cosmetico ne abbiamo parlato qui Comunque nell’inci del prodotto , l’oro non c’è.

    Ingredienti Esfolianti

      Ingredienti Esfolianti Meccanici Si tratta sostanzialmente di polveri abrasive con una adeguata granulometria e rugosità in modo da non graffiare eccessivamente la pelle.Sale o Zucchero
    • Polveri insolubili ottenute dalla macinazione di SEMI-NOCCIOLI di albicocca/mandorla/pesca/noce o qualche esotica pianta amazzonica ecc…
    • Fibra estratta dalla LUFFA o dalla pannocchia del mais
    • Polveri minerali come Silica o sabbie silicee, carbonato di magnesio, carbonato di calcio ( marmo ), allume di rocca, pomice ecc..
    • Caolino, argille, bentonite, montmerillonite ecc…
    • Microsfere, beads prodotti con cere ad alto punto di fusione , sul mercato degli ingredienti cosmetici si è quasi sempre parlato di cera jojoba, ma è possibile realizzarle anche con altre cere: carnauba, riso ecc.. Gli esfolianti più delicati si caratterizzano per la granulometria più fine e per la superficie più liscia dei granuli. Inoltre con cere , sali e zuccheri si può ottenere un effetto fusione o soluzione progressiva dei granuli. In sostanza nell’applicazione le sferette-beads di cera possono rammollirsi con la temperatura della pelle , mentre sale e zucchero possono parzialmente sciogliersi con il lavaggio in acqua.


     



    Ho sempre pensato che chi si spignatta cosmetici autoprodotti abbia grandi possibilità di sviluppare cosmetici su misura superperformanti. Visto che a livello di cosmetici autoprodotti ho visto fare cose egregie mi permetto di lanciare una idea, facilmente esplorabili da spignattatori esperti e curiosi.
    PARACELSOAP+SCRUB3: saponificare i fondi di caffè. Rispetto a precedenti idee è tecnicamente più complesso. Innanzitutto si parla di fondi di caffè da moka, la polvere di caffè residuo di estrazione dell’espresso da bar ha ceduto troppi grassi ( che sono poi quelli che formano la crema ). Il residuo grasso del fondo da caffè da moka va dal 12% al 20% ( ovviamente dopo che si è seccata ) . Visto che l’estrazione può essere complessa meglio saponificare la polvere direttamente integrandola in un sapone vegetale.
    Si ottiene un sapone con granuli , quindi scrub , tutto vegetale.

    Aiutino: nonostante l’acido carnubico il numero di saponificazione dei grassi nei fondi di caffè è 135 in NaOH.
    L’olio di caffè che si trova in commercio si comporta diversamente . Questo è un processo molto più impegnativo rispetto ai soliti spignatti ma ho visto anche saponi autoprodotti di grande complessità.
    Formule esatte e processi non posso fornirli altrimenti Menone si arrabbia.


    Rodolfo Baraldini

    lunedì 7 novembre 2016

    Peeling ed esfoliazione chimica: cosa è? funziona? quale acido scegliere?

    Peeling ed esfoliazione chimica: cosa è?  funziona? quale acido scegliere?

    Peeling ed esfoliazione chimica: cosa è? funziona? quale acido scegliere?

     

    Il peeling chimico e più genericamente l’esfoliazione è il trattamento di eccellenza per ridurre i segni dell’invecchiamento. Viene poi sfruttato, più o meno propriamente, anche per altri inestetismi e problemi cutanei: discromie, esiti cicatriziali, smagliature e per disturbi cutanei anche gravi: acne, ictiosi, rosacea ecc..
    L’esfoliazione può realizzarsi con varie tecniche ed il peeling acido è solo una delle possibili procedure. C’è l’esfoliazione meccanica ( microdermoabrasione, ablatori ultrasonici, scrub, frizioni, gommage ma anche il radersi tutte le mattine) quella “termica” ad esempio con il laser, e quella chimica con agenti non acidi ( fenoli, urea ecc.. ).
    Il peeling viene classificato con criteri abbastanza spannometrici in
    • Peeling leggero o superficiale
    • Peeling medio
    • Peeling profondo
    in funzione della risposta cutanea all’agente caustico.
    In particolare il confine tra un peeling leggero ed uno medio è abbastanza arbitrario e molti offrono trattamenti definendoli “medio-leggeri” per risolvere la faccenda. Nonostante le centinaia di pubblicazioni scientifiche sulla materia se dovessi dire la profondità ed il livello di interessamento dei diversi strati cutanei che caratterizzano un tipo di peeling anziché l’altro disegnerei una mappa dai confini molto sfumati.
    Il peeling chimico può rimuovere diversi strati cutanei: qualche corneocita superficiale, l’intero strato corneo, l’epidermide, la zona di Grenz, derma papillare, derma reticolare fino alla completa liquefazione del derma.
    La diversa profondità dipende dalla forza acida, dalla biodisponibilità dell’agente caustico, dalla concentrazione iniziale, dal tempo di esposizione, dalla presenza di permeabilizzanti cutanei e dalle procedure di applicazione.
    Le procedure professionali prevedono che l’acido venga neutralizzato vari minuti dopo l’applicazione e questo comporta che lo stesso prodotto, a parità di concentrazione e pH, possa dare risultati molto diversi ed anche reazioni avverse, in funzione di quanto tempo è rimasto in posa prima della neutralizzazione.

    pH, pKa, Massa Molecolare e LogKow

    pH, pKa, Massa Molecolare e logKow sono sigle e paroloni complicati per spaventare chi con la chimica ci ha sempre fatto a cazzotti e le ha anche prese di santa ragione.
    Ma volendo capire tra i diversi acidi cosa fanno e perché non si utilizza il vetriolo per far andar via le rughe qualche dato un po’ più tecnico lo devo utilizzare.
    pH e pKa (costante di dissociazione acida, il p davanti al Ka denota l’utilizzo della scala logaritmica) sono fattori strettamente connessi tra loro e connessi al concetto di acidità. Entrambi sono più bassi più è “forte” l’acido ed essendo logaritmi in base 10 un acido con pKa uguale a 2 è 100 volte più acido di quello con pKa uguale a 4. L’acidità sembra sia la cosa più facile da definire visto che è un fenomeno percepito dall’uomo prima che avesse una qualunque cognizione di chimica. In realtà proprio i chimici hanno complicato un po’ la faccenda definendo la acidità con diversi modelli: la capacità di dissociarsi, la capacità di cedere uno ione H+, oppure la capacità di ricevere un doppietto elettronico. Ma anche la capacità di creare legami idrogeno intramolecolari e gli effetti di risonanza, induttivi o elettrostatici possono influenzare notevolmente l’acidità, cioè la forza dell’acido.
    L’acidità è relativa e visto che la superficie cutanea è già acida di suo con un pH che va da 4,5 a 6, se applico su una pelle a pH 4,5 un prodotto a pH 5 questo non si comporta come “acido”.
    Gli altri 2 fattori: Peso, più correttamente “massa”, molecolare e logKow (coefficiente di ripartizione tra ottanolo e acqua, cioè se è più solubile in acqua o in un lipide), sono fattori strettamente connessi alla capacità di penetrare i diversi strati della pelle.
    Sono acidi non forti, quindi non si dissociano completamente in acqua, ma sono comunque agenti caustici se non vengono neutralizzati cioè legati ad una base con cui formano un sale.
    I sali formati dagli acidi esfolianti non hanno una rilevante azione esfoliante, così come il cloruro di sodio (sale da cucina) non ha gli effetti caustici dell’acido cloridrico e dell’idrossido di sodio da cui si è formato. Una volta applicati sulla pelle il comportamento dei sali formati da acidi esfolianti dipende dalla base. I sali con cationi metallici, come sarebbe un acido glicolico neutralizzato con idrossido di sodio, si dissociano più facilmente e riducono la biodisponibilità. Inoltre il potenziale irritativo di acidi esfolianti neutralizzati con basi forti è normalmente più alto di quelli neutralizzati con basi deboli. Molto interessante l’utilizzo di DMAE o Arginina per neutralizzare gli acidi esfolianti. Nelle formulazioni dei peeling chimici si considera biodisponibile la quota di acido non dissociato, chiamata anche “acido libero”. Per semplificare la valutazione di quanto il pH del prodotto influenzi la biodisponibilità dell’acido esfoliante basta ricordare che se il pH è uguale alla pKa il 50% dell’acido è libero. Quindi in una formulazione con il 10% di acido lattico con pH = 3,86 la concentrazione di acido lattico biodisponibile è solo il 5%.

    Perché funziona?

    L’azione del peeling chimico si può considerare come una combinazione di un effetto distruttivo, che va dalla desquamazione alla denaturazione o liquefazione e necrosi dei tessuti con cui viene a contatto, ed un effetto stimolante sui fisiologici meccanismi di rigenerazione e riparazione cutanei.
    La concentrazione di acido libero applicata sulla pelle è determinante perché questo possa agire prima di essere neutralizzato dalla pelle stessa. Concentrazioni basse (es. 1%) di acido libero, anche di un acido più forte, comportano una esfoliazione molto superficiale in quanto il prodotto viene neutralizzato dagli strati più superficiali della pelle.
    Modello di come si indebolirebbero i legali fra le cellule
    La desquamazione degli strati più superficiali si ipotizza sia dipendente dall’indebolimento delle giunzioni che legano tra loro le cellule. Si ipotizza un specifica interposizione nei desmosomi che spiegherebbe la desquamazione prodotta da un “qualunque” acido in grado di cedere protoni.
    Sui cheratinociti, solo recentemente, una ricerca ha individuato come sia possibile anche l’acidificazione intracellulare grazie alla attivazione dei canali TRPV3. Questo modello spiegherebbe alcuni degli effetti del peeling chimico sia in termini di morte cellulare sia in termini di modulazione e segnale verso la produzione di nuovo collagene e glucosamminoglicani o di degradazione delle MMP.
    I percorsi biochimici per cui l’esfoliazione chimica stimolerebbe la cheratinizzazione e la produzione di collagene e glucosamminoglicani non sono ancora compresi. Oltre al “normale” segnale fisiologico che verrebbe da una riduzione dello spessore dello strato corneo si è ipotizzato un ruolo di alcuni derivati degli acidi esfolianti, gli o-acetili, o di una ancillare azione anti-ossidante o chelante degli acidi.


    Il frost

    Oltre al meccanismo per cui gli acidi possono compromettere/denaturare le proteine dei desmosomi con lo ione H+ che si attacca ai gruppi (-NH-) , alcuni acidi possono modificare la struttura secondaria e terziaria delle proteine. È il fenomeno della coagulazione delle proteine indotta dagli acidi, facilmente visibile mettendo del succo di limone nel latte. Anche la keratina della pelle con peeling più forti può coagulare.
    Il fenomeno si chiama FROST ed è ben visibile utilizzando l’acido tricloroacetico.
    Frost puntiforme, a macchieFrost continuo, a nebbia, traspare il rosa della pelleFrost continuo, a smalto, non traspare il rosa della pelle
    Il frost si può formare in tempi brevissimi dopo l’applicazione ed è estremamente utile per il professionista che deve valutare la risposta soggettiva e la “profondità” del trattamento.

    Gli acidi

    Molta confusione e tanto marketing influenzano la comunicazione sugli acidi utilizzabili per un peeling.
    L’enorme business dei trattamenti antiage, ma anche di quelli medicali, spinge a comunicare a volte in modo fuorviante le caratteristiche dei prodotti.
    La stessa definizione di β-idrossiacido attribuita all’acido salicilico non è corretta, la posizione dei gruppi attaccati ad un anello benzenico dovrebbe essere descritta da numeri, non da lettere greche come si fa nelle posizioni dei gruppi alifatici.
    Quasi sempre viene specificata la concentrazione di acido senza indicare la effettiva concentrazione di acido libero. Il comportamento di un 10% di acido libero è molto diverso da un 10% di acido neutralizzato, anche solo parzialmente, da una qualche base.
    Per differenziarsi o per soddisfare nel consumatore o nel professionista la domanda di novità, si presentano nuove molecole, nuovi acidi, o nuove miscele di cui i vantaggi rispetto agli acidi esfolianti più conosciuti ed utilizzati sono tutti da dimostrare.

    acido glicolico


    Inci: GLYCOLIC ACID
    MW:76,05
    pKa:3,83
    logKow:-1,11
    Il più diffuso e comune acido esfoliante nell’utilizzo cosmetico. Idrosolubile, si diffonde lentamente attraverso lo strato corneo, ma una volta penetrato, per la massa relativamente piccola, raggiunge più rapidamente anche gli strati profondi. In una soluzione al 10% a pH=3 la concentrazione di acido libero è pari al 8,71% l’esfoliazione prodotta è normalmente molto superficiale e anche senza rimuovere il prodotto la probabilità di reazioni irritative è relativamente bassa.
    A concentrazioni più alte e pH inferiori comunque tende a non coagulare le proteine e tipicamente non si presenta il frost.

    acido lattico


    Inci: LACTIC ACID
    MW: 90,08
    pKa: 3,86
    logKow: -0,72
    L’acido lattico ha massa, pKa e solubilità molto simili a quelli dell’acido glicolico, in più ha un costo inferiore e una maggiore compatibilità dermica. È uno degli acidi che acidifica naturalmente la superficie cutanea. Ciò nonostante non ha avuto il successo commerciale dell’acido glicolico al quale è stato normalmente associato in molti prodotti cosmetici. Varie ricerche segnalano una risposta irritativa inferiore a quella di analoghi prodotti a base di acido glicolico, ma un prodotto con acido lattico al 50% e pH 1,2 ( praticamente tutto acido libero ) deve essere rimosso/neutralizzato dopo pochissimi minuti proprio come se fosse acido glicolico.

    acido salicilico


    Inci: SALICYLIC ACID
    MW: 138,12
    pKa: 2,97
    logKow: 2,61
    Si tratta di un acido fenolico noto ed utilizzato da oltre un secolo per l’esfoliazione. Fu Kligmann a classificarlo erroneamente come β-idrossiacido e da allora dermatologi, cosmetologi e farmacisti ripetono l’errore. L’anello fenolico con la sua risonanza e la prossimità del gruppo ossidrile al gruppo carbossilico fanno si che sia un acido più forte degli α-idrossiacidi descritti prima. Ma ha anche una massa maggiore ed è poco solubile in acqua. I prodotti che lo contengono ad alte concentrazioni in genere lo dissolvono in miscele di acqua, alcohol e glicole. È anche solubile in olio e nei lipidi cutanei questo comporta che possa penetrare facilmente lo strato corneo e l’interno dei dotti sebacei.
    Grazie all’anello benzenico è anche un buon antimicrobico per questo è comune il suo utilizzo nei trattamenti antiacne anche a concentrazioni blandamente esfolianti. Essendo poco solubile in acqua la sua cinetica nella pelle comporta un accumulo, effetto reservoir, nello strato corneo ed una diffusione più lenta negli strati inferiori. Con l’obiettivo di rallentare la penetrazione ed aumentare l’effetto reservoir sono stati sviluppati per l’industria cosmetica derivati maggiormente liposolubili, in L’Oreal chiamati lipoidrossiacidi, come il CAPRYLOYL SALICYLIC ACID. In un prodotto con acido salicilico al 30% e pH di 1,7 è quasi totalmente indissociato e può produrre sulla pelle un effetto simil-frost, con una patina bianca dovuta al precipitato.

    acido mandelico


    Inci: MANDELIC ACID
    MW: 152,12
    pKa: 3,41
    logKow: 0,62
    Sembra una via di mezzo tra glicolico e salicilico. Solubile in acqua 90 volte più del salicilico, più forte del glicolico ma non forte quanto il salicilico. Lanciato puntando molto sul nome evocativo, come se chiamandosi mandelico fosse ottenuto spremendo le mandorle, è un buon compromesso per sostituire le tradizionali miscele di acido glicolico/lattico e salicilico.
    In un prodotto che dichiara di contenere l’acido mandelico al 15% ed ha pH uguale a 3 la concentrazione effettiva di acido libero è del 10,8%

    acido piruvico


    Inci: PYRUVIC ACID
    MW: 88,06
    pKa: 2,5
    logKow: -1,24
    Non è un idrossiacido. È solubile in acqua, è molto più forte dell’acido glicolico ed anche del salicilico. Con una Massa molto piccola e un buon profilo tossicologico avrebbe potuto sostituire brillantemente l’acido glicolico. Peccato sia decisamente instabile ed al semplice contatto con l’aria reagisca con l’ossigeno formando acido acetico e CO2. I primi prodotti che lo contenevano in flaconi plastici nel tempo si gonfiavano come palloncini. Risolto qualche problemino di stabilità è particolarmente efficace e non risente delle eventuali restrizioni dettate per gli idrossiacidi.
    In un prodotto che dichiara di contenerne il 20% ed ha pH uguale a 3 la concentrazione effettiva di acido libero è del 4,81%.

    acido lattobionico


    Inci: LACTOBIONIC ACID
    MW: 358,29
    pKa: 3,8
    logKow: -4,46
    Si tratta di un poli-idrossi acido con 9 donatori idrogeno. Solubile in acqua e fortemente igroscopico. Per la massa relativamente alta e per come reagisce con l’umidità agisce più sulla superficie cutanea che penetrando e può indurre solo una esfoliazione molto leggera. Ha la caratteristica di comportarsi sia come un buon chelante che come un discreto antiossidante e tende a produrre una sottile pellicola superficiale una volta applicato. Per queste caratteristiche ha trovato un impiego per proteggere durante il trasporto gli organi necessari per un trapianto. Con una acidità analoga a quella dell’acido glicolico ma con una minor capacità di diffondersi penetrando la cute tende a produrre minori irritazioni a fronte di peeling meno profondi.
    In un prodotto che dichiara di contenerne il 10% ed ha pH uguale a 3 la concentrazione effettiva di acido libero è del 8,63%.

    acido tricloroacetico


    MW: 163,28
    pKa: 0,66
    logKow: 1,66
    Non è un idrossi acido ed il suo utilizzo è proibito nel cosmetico europeo. Solubilissimo in tantissimi solventi compresa l’acqua, ma tecnicamente è più solubile in olio che in acqua comportando una capacità di diffusione nei diversi strati cutanei estremamente alta. È l’acido esfoliante più forte con una capacità di dissociarsi anche 1000 volte superiore agli acidi precedenti. Gli elettroni sono fortemente attratti dai 3 atomi di cloro e lo ione H+è più libero di farsi un giretto nella soluzione. A concentrazioni di acido libero superiori al 10% ( ma in alcuni soggetti la soglia è anche inferiore al 8% ) può presentare il frost.
    Viene normalmente utilizzato diluito e non neutralizzato o parzialmente neutralizzato con perossido di idrogeno. In ogni caso, grazie all’evolversi del frost il professionista può verificare la profondità dell’azione. Neutralizzando la soluzione, per alzare il pH e ridurre la risposta irritativa o per non produrre il frost, si riduce drasticamente la concentrazione di acido biodisponibile. Una soluzione al 30% (w/v) con pH uguale a 1,5 contiene solo un 3,79% di acido libero. Per la sua “potenza” è l’ingrediente tipico per eseguire peeling in grado di ridurre anche rughe profonde, ma a basse concentrazioni con tempi di esposizione brevi può essere utilizzato anche solo per dei peeling superficiali con un rischio di reazioni avverse analogo a quello dipendente dall’utilizzo di acidi molto meno forti.

    Efficacia e reazioni avverse

    Sono agenti caustici, selezionati e formulati per modulare un effetto desquamante/distruttivo sulla superficie cutanea. Pensando ad un pH comunque inferiore a quello cutaneo (4,5 ÷ 6) se il pH è superiore alla pKa la biodisponibilità dell’acido è relativamente bassa e negli acidi con più ossidrili si può parlare di una azione idratante predominante su quella desquamante, appena rilevabile. A pH inferiore a 3 e concentrazioni superiori al 10% è normale nella maggioranza dei soggetti una risposta irritativa con eritema. L’azione stimolante sulla produzione del collagene pare emergere anche a pH appena inferiori (- 0,5) al pH cutaneo anche se è comunque dipendente dalla concentrazione di acido libero. Più l’esfoliazione è profonda, più si compromette la barriera cutanea ed alcuni trattamenti richiedono che sia applicata, per molti giorni dopo, una protezione. Sia riducendo lo spessore degli strati superficiali, sia attraverso altri percorsi biochimici tutti i peeling chimici rendono la pelle più suscettibile ai danni che possono arrecare gli ultravioletti. Già lo shock chimico può innescare la formazione di iperpigmentazioni se poi ci si sommano gli ultravioletti, anche vari giorni dopo il peeling, il rischio si innalza notevolmente.
    L’utilizzo dei peeling chimici per ridurre le macchie cutanee è controverso; la riduzione dello spessore degli strati superficiali può effettivamente ridurre la visibilità di una macchia cutanea, ma non si può garantire che, nel quadro delle risposte soggettive al trattamento, dopo qualche tempo la macchia non si riformi, magari anche più intensa o estesa. Diverso il discorso se il trattamento prevede l’abbinamento degli agenti caustici a sistemi depigmentati efficaci. Comunque ho visto più macchie cutanee “prodotte” da peeling chimici che macchie cutanee ridotte da peeling chimici.
    Nel trattamento delle pelli impure/acneiche l’efficacia è ampiamente documentata.
    Nel trattamento delle rughe la profondità del peeling deve essere commisurata alla profondità delle rughe che si vuole “ridurre”.
    Il trattamento delle elastosi e dei tessuti “cadenti”, anche se è indiscutibile una azione astringente delle formulazioni acide, dà risultati controversi.

    Conclusione

    L’efficacia dei peeling chimici nel migliorare la struttura e aspetto della pelle (rughe, ictiosi ed altre manifestazioni simili ) è ampiamente documentata. Altrettanto ben documentata l’efficacia sulle pelli acneiche. L’equilibrio tra l’accelerare la desquamazione e stimolare la cheratinizzazione può essere raggiunto sia con peeling molto leggeri ripetuti quotidianamente, sia con peeling molto più intensi e profondi e lunghi tempi di “recupero”.
    Solo peeling abbastanza “forti” e profondi possono modificare segni cutanei profondi.
    Molti cosmetici che vantano una azione esfoliante contengono acidi a concentrazioni biodisponibili talmente basse da produrre una esfoliazione irrilevante. Il mercato offre decine di prodotti per peeling con formulazioni più o meno complesse, la maggioranza è basata su ingredienti noti e “collaudati”.
    Tutti gli acidi normalmente utilizzati hanno un buon profilo tossicologico, a parte qualche perplessità sull’acido salicilico, per il rischio sensibilizzazioni ai salicilati.
    La modulazione dell’azione caustica in modo che il “danno” sia limitato e controllabile dipende dal prodotto e dalla competenza del professionista.
    Purtroppo le indicazioni più comuni, relative alla concentrazione dell’acido sono fuorvianti. La tendenza è quella di pubblicizzare una concentrazione alta senza specificare quanto acido è biodisponibile e quanto invece è stato neutralizzato. La concentrazione di acido biodisponibile è un dato ricavabile solamente conoscendo la concentrazione iniziale, la costante di dissociazione e il pH finale del prodotto.


    Rodolfo Baraldini

    sabato 29 ottobre 2016

    Perchè piacciono i cosmetici koreani ?


    Perchè piacciono i cosmetici koreani ?
    Perchè piacciono i cosmetici koreani ?

    Perchè piacciono i cosmetici koreani ?

    Cominciano a piacere, sembra siano oggetto di una nuova moda. Se ne parla con l’entusiasmo per la scoperta imprevista, la novità che scompiglia le carte sul tavolo, che cambia i paradigmi. Sono i cosmetici coreani.
    Sono stato in Corea del sud una decina di volte. Sempre per lavoro, oltre 20 anni fa.
    Erano gli anni in cui l’industria, soprattutto elettronica, coreana cominciava a soppiantare quella giapponese. Erano anche gli anni in cui, con quella che i coreani chiamano hallyu è montata, soprattutto nei vicini paesi asiatici, una sorta di onda favorevole, una vera e propria moda per tutto ciò che è coreano.
    Il Giappone stava entrando nel ventennio di stagnazione che alcuni economisti chiamano “the lost decades” ed i grandi gruppi giapponesi trasferivano know-how produttivo nei paesi asiatici geopoliticamente preferiti: Taiwan e Corea del sud.
    Nell’arco di una decina di anni, durante le mie visite, ho visto un paese povero dove i salari erano circa un decimo dei nostri, trasformarsi in una economia forte, aggressiva; non a caso le chiamano tigri asiatiche.
    LG si chiamava ancora Lucky Goldstar, Daewoo non era ancora fallita e Samsung era già una potenza.
    Sono Chaebol, in coreano credo significhi clan/famiglia, enormi conglomerati industriali che possono crescere a dismisura orizzontalmente e verticalmente, spaziando nei più diversi settori: dalle costruzioni navali, agli aeroplani, dalla chimica fine, alle automobili, dall’elettronica, all’industria tessile.
    Questa premessa per anticipare la particolarità di un gruppo della cosmesi con volumi di vendite che si avvicinano alla metà dell’intero mercato italiano del cosmetico, di un paese, relativamente piccolo e lontano, una nazione di cui non si sa neppure bene che nome abbia. Per avere una idea del suo giro di affari, è quasi come se tra 10 cosmetici, di qualunque tipo, venduti in Italia, quattro fossero della coreana Amore Pacific. Un risultato enorme che mette il gruppo tra i primi 20 giganti della cosmesi mondiale. La Corea del sud di oggi non è quella che visitai. Hanno un PIL quasi uguale al nostro, sestuplicato in 25 anni, e le esportazioni di cosmetici skin care sono aumentate del 1500% in 15 anni (1998~2012). Le esportazioni di cosmetici hanno superato i 2,64 miliardi di US$ su base annua.

    Cosmesi Coreana

    Il fenomeno dell’hallyu cioè l’influenza della cultura e creatività coreane, non poteva non coinvolgere la cosmesi. In origine erano soap opera, attori e cantanti coreani che incontrarono un sorprendente successo in Giappone ed in Cina. Non deve stupire che dalle star del cinema e della TV si passasse ai canoni di bellezza. Attualmente le norme che regolano in Corea del sud quello che per noi è un cosmetico lo classificano in 3 categorie: cosmetico, cosmetico funzionale (antirughe, solari, schiarenti) e quasi-drug ( acne, colluttori, colorazione capelli ). Una impostazione che, almeno parzialmente , è simile a quella di altri paesi asiatici.
    A seconda della classificazione vengono richiesti controlli diversi. L’importazione è libera, sono finiti i tempi in cui, a supporto della l’industria nazionale vennero proibite per legge (1961) le importazioni di cosmetici. L’import di cosmetici funzionali e di quasi-drug comporta una approvazione pre-market. La Corea del sud ha recentemente approvato la legge che mette al bando i test su animali per i cosmetici dal 2018. La lunga dominazione giapponese ante guerra aveva tracciato una pesante influenza della cosmesi giapponese, con i suoi prodotti e le sue routine. I primi grandi gruppi coreani che nacquero ormai 70 anni fa, Amorepacific e LG houseold &healtcare avevano produzioni fortemente influenzate dalla cosmesi giapponese. Come tipologia di prodotti, era notevole il peso di maschere e polveri e come accade spesso nei paesi asiatici già da molti anni è presente e rilevante un segmento di cosmesi per l’uomo, che in occidente stenta a decollare. Dopo la guerra fra le due Coree l’influenza della cultura occidentale e della cosmesi europea si fa sentire, non è un caso che la traslitterazione del gruppo leader utilizzi una parola italiana “AMORE”.
    Il mercato coreano è dominato da 2 chaebol(Amorepacific 34% e LG household & healthcare 10%) che assieme sopravanzano ampiamente le marche estere (25%). Solo nel 2014 le esportazioni di cosmetici dalla Corea hanno superato le importazioni, in parte per il grande effetto hallyu sul mercato cinese, in parte per il successo globale del concept delle BB cream e del make-up “cushion”.
    Puntando molto sulla creatività sono stati notevoli gli investimenti in ricerca e sviluppo (R&D) ed è facile nel cosmetico coreano trovare soluzioni formulative e di design particolarmente originali e innovative. Con l’hallyu, la comunicazione si è evoluta puntando sempre più sulla “bellezza asiatica” e sulle cure tradizionali patrimonio della cultura orientale, in coreano l’Hanbang. The e ginseng possono entrare nel cosmetico coreano in tutte le salse.
    Come in tutte le aziende marketing oriented non si trascurano concept che “funzionano” a livello globale. Il concept delle BB cream ci raccontano che provenga da formulazioni tedesche e molte marche, evidentemente in Corea non ci sono norme rigide come quelle europee per impedire che il cosmetico possa essere confuso con il cibo, propongono cosmetici che nel design complessivo, cioè nel packaging, nel aroma, ecc.., evocano prodotti alimentari.
    Le grandi dimensioni industriali dei chaebol e la tendenza a creare trust verticali che controllavano tutta la filera produttiva ha fatto si che in Corea del sud si sviluppasse anche una importante industria della chimica fine e delle biotecnologie per fornire all’industria cosmetica ingredienti innovativi ad alta tecnologia.
    Come in tutto il mercato asiatico il target femminile del cosmetico anche skin care, è molto più giovane di quello europeo

    Maschere in crema, fango, tessuto, carta, peel-off sono comuni nella cosmesi asiatica, non solo coreana.

    Alcune linee coreane esasperano la relazione tra cosmetico e cibo.

    Evidenti gli investimenti, la ricerca e l innovazione anche del packaging

    Amorepacific

    Parlando del successo della cosmesi coreana non si può non parlare di Amorepacific. Quasi tutte le marche conosciute da noi sono marche dello stesso gruppo. Il gruppo nasce alla fine della dominazione giapponese con un prodotto tradizionale, un olio siccativo per capelli, come composizione abbastanza vicino al nostro olio di lino, l’olio di camellia sativa e con la distribuzione porta a porta.
    Oggi le vendite dirette attraverso le Amore ladies sono ancora rilevanti ed il gruppo ha creato alcune linee cosmetiche ad alto costo dedicate esclusivamente a questo sistema distributivo. La strategia del gruppo si caratterizza per la estrema frammentazione dei marchi. Sono suoi ben 28 marchi cosmetici : i più noti Laneige, Hera, Lirikos, Sulwhasoo destinati anche all’export in occidente.
    L’obiettivo di entrare nel mercato europeo ed americano in Amorepacific non è di questi ultimi tempi. Una prima operazione verso l’europa nel 1990 , specialmente in Francia con il marchio Lirikos è fallita miseramente. I tempi non erano maturi per superare la diffidenza del consumatore europeo per linee con un “country of origin” non accattivante. Insomma 25 anni fa un cosmetico prodotto nella quasi sconosciuta Corea non aveva nessun appeal. Vagonate di telefonini, televisori, frigoriferi, automobili made in Corea hanno creato una immagine di affidabilità per i prodotti coreani che prima non c’era. A parte il successo della canzonetta Gangnam style la consumatrice europea non è stata sommersa dall’onda dell’hallyu e più che gli aspetti culturali-creativi in occidente vengono apprezzati la competitività ed affidabilità dei prodotti. Amorepacific poi, per superare le ultime diffidenze e barriere, ha investito creando un impianto produttivo a Chartres ed un centro di R&D a Parigi. Ho avuto modo di vedere il layout dell’impianto produttivo, con molte linee produttive in parallelo, quindi non una delle solite fabbriche “civetta”. È incredibile quante aziende cosmetiche presentino laboratori e impianti fingendo che la produzione sia effettivamente loro quando invece è quasi totalmente affidata anche nel design a terzisti.
    Nel complesso gli investimenti in R&D sono relativamente alti: le pubblicazioni scientifiche dei ricercatori del gruppo o sponsorizzate sono molte, così come molti, oltre 200, sono i brevetti registrati anche a livello internazionale.

    Altre marche coreane

    La crema Olio di Cavallo della Samsung
    Lontani come siamo dall’esperienza dei chaebol coreani facciamo fatica a concepire un tonico LG o una crema Samsung. Sono marche che ci fanno pensare ad un telefonino o un televisore. Da quel che so la Hyunday non ha una sua linea cosmetica, anche se sono Hyunday molti impianti (specialmente turbo emulsori ) utilizzati per la produzione cosmetica.
    Sotto ad Amorepacific i principali gruppi cosmetici sono:
  • LG che grazie al successo di The History of Whoo soprattutto in Cina e con l’acquisizione di The Face Shop ha scalato la classifica delle vendite
  • Able C&C di cui in occidente si conosce il marchio Missha.
  • Aekyung, titolare dei marchi per capelli Kerasys e Esthaar, che ha dimensioni medio-grandi ma deve gran parte delle sue vendite a detergenti per la casa.
  • L’estrema vitalità dell’industria cosmetica coreana dipende anche da oltre 700 marchi/produttori di dimensioni più piccole, che non esitano a lanciare sul mercato linee e prodotti anche molto innovativi. In alcune linee si intravvedono scelte marketing coraggiose, particolarmente originali che fanno pensare ad un approccio “giovanile” al mercato. A fronte di alcuni marchi “generalisti” molti sono fortemente caratterizzati per specifici segmenti o canali distributivi.
    Le marche più intriganti:
    Nature Repubblic: la interpretazione coreana del cosmetico green
    TonyMoly: con i suoi packaging estremamente originali
    Too Cool for School: con il suo taglio decisamente giovanile.

    Perché piacciono i cosmetici coreani?

    Vari anni fa ho visto decine e decine di persone fare la fila davanti ad un negozio Swatch per comprare a cifre assurde degli orologi con un design che oggi si trova a meno di 10€.
    Non credo esista una ragione specifica per cui ad un certo punto parte una moda e cresce esponenzialmente la domanda di uno specifico prodotto. Chi ha studiato le bolle speculative della finanza ancora si domanda che senso aveva più di un secolo fa la folle corsa all’acquisto di tulipani olandesi.
    È indiscutibile la grandissima competitività del sistema politico-industriale cresciuto nella Corea del sud.
    Ha avuto anche la grande fortuna di potersi espandere sull’enorme mercato cinese in una momento in cui il modello Giappone aveva perso il suo smalto, sfruttando anche l’influenza di un modello culturale trasferibile in altri paesi asiatici.
    In occidente la differenza tra i modelli sociali e la cultura coreana e quelli di altri paesi asiatici (giapponesi o cinesi ) non è facilmente percepita, mentre è più forte il riconoscimento di una immagine di affidabilità legata al “country of origin” costruito con il successo dell’industria elettronica e automobilistica coreana.
    I cosmetici coreani possono attirare il consumatore per la loro impronta di innovazione e creatività, giustificata anche dai grandi investimenti fatti in R&D . Investimenti possibili solo con certe economie di scala.
    In termini di efficacia e funzionalità cosmetica, purtroppo, niente di veramente nuovo sotto il sole.
    Come spesso succede nel marketing alcuni concept del cosmetico coreano hanno avuto un notevole successo, quando le stesse idee o prodotti analoghi in tempi e paesi diversi non l’hanno avuto.
    Rodolfo Baraldini
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