giovedì 5 gennaio 2017

L’ INCI, questo sconosciuto.

questo sconosciuto.
L’ INCI, questo sconosciuto.

L’ INCI, questo sconosciuto.

A giudicare dal numero di eventi, incontri , seminari che hanno per titolo: “imparare a leggere l’INCI”, viene da pensare che l’analfabetismo di ritorno sia più diffuso di quanto si pensi. Perché “imparare a leggere”? Possibile che la lista ingredienti di un cosmetico sia così indecifrabile?
Leggere attentamente le etichette, anche nelle parti scritte in piccolo, è atto di grande consapevolezza e responsabilità. Nei limiti degli obblighi legali e dell’onestà e correttezza del produttore, il consumatore leggendo le etichette si informa sul prodotto; può scegliere il prodotto più vicino alle proprie esigenze; può farsi una idea del rapporto qualità/prezzo; può individuare eventuali rischi e pericoli associati al prodotto. Non è poco ! Tra l’altro leggere l’etichetta può essere una delle principali interazioni del consumatore con la marca che portano alla decisione di acquistare.


Storia dell’INCI


L’esigenza di attribuire in modo sistemico una nomenclatura standard agli ingredienti cosmetici fa nascere all’inizio del 1973, all’interno della associazione delle industrie cosmetiche USA su sollecitazione della FDA, un dizionario base degli ingredienti cosmetici, chiamato CTFA-Adopted Names.
Non erano ancora in vigore obblighi come quelli attuali di pubblicare in etichetta la lista ingredienti e la nomenclatura sistematica degli ingredienti era praticamente tutta in inglese. Solo nel 1993 gli Adoped Names vengono ribattezzati “INCI” (International Nomenclature Cosmetic Ingredients) adottando regole di nomenclatura sistemica accettabili internazionalmente. Nel 1995 la nomenclatura degli ingredienti di derivazione vegetale adotta la tassonomia linneana per la definizione di tutte le piante, con genere e specie in latino. Sempre nel 1995 la FDA americana accetta l’utilizzo dei nomi latini anziché in inglese anche nelle etichette cosmetiche circolanti negli USA. Solo dal 2006 negli INCI degli ingredienti derivati dai vegetali viene esplicitata la parte della pianta da cui derivano. Finalmente si può distinguere ciò che viene estratto da un fiore da ciò che viene estratto dalla corteccia della stessa pianta. Similmente al sistema INN nei farmaci, nell’INCI sono registrati nomi non proprietari. La problematica dei nomi non proprietari si riferisce al nome uniforme da dare agli ingredienti in modo che possa essere utilizzato da tutti senza i vincoli degli eventuali marchi registrati. Quando una industria registra un nome di un composto chimico, che sia utilizzato nei farmaci o nei cosmetici, questo nome può essere utilizzato solo dal proprietario del marchio o su sua autorizzazione. Servono nomi utilizzabili da tutti e per questo nei farmaci è stato introdotta la nomenclatura INN o DCI regolata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Mentre la nomenclatura standard degli attivi farmaceutici è emanazione di un ente sovranazionale collegato alle Nazioni Unite, quella del cosmetico è ancora in capo ad un comitato, l’ International Nomenclature Committee (INC), emanazione del CTFA, oggi Personal Care Product Council, cioè l’associazione delle industrie cosmetiche USA, che lo sponsorizza. Dal 1995 il sistema INCI, con passi successivi, si è orientato a soddisfare le esigenze di sempre più nazioni. Nel 1997 il dizionario redatto dal CTFA è stato adottato senza traduzioni nella Unione Europea. Oltre alla stretta collaborazione tra l’associazione delle industrie Usa ed il Colipa (l’associazione delle industrie cosmetiche europee oggi chiamata Cosmetic Europe) nel comitato INC siedono rappresentanti delle industrie canadesi e giapponesi. Il processo di armonizzazione internazionale del sistema di nomenclatura degli ingredienti cosmetici è laborioso e lungo, solo recentemente, 2 anni fa, la Cina ha fornito le traduzioni cinesi dei circa 8000 ingredienti utilizzati nei suoi cosmetici. Solo nel 2015 sono state sviluppate le traduzioni in koreano.

Limiti, pasticci ed errori

Il sistema INCI funziona ma è risultato di una serie di regole ed obiettivi che si è data l’industria cosmetica, in primis quella americana, non è il prodotto di una norma nazionale o sovranazionale. Non ha quindi l’autorevolezza di altri sistemi di nomenclatura, come ad esempio lo IUPAC per la chimica e l’INN per i farmaci. Ma è quanto di meglio oggi presente per denominare in modo univoco ed uniforme gli ingredienti cosmetici.
Eppure nel sentire comune, ma anche per alcuni professionisti, il fatto che ad una sostanza sia attribuita una denominazione INCI la carica di significati impropri.
La prima baggianata, incredibile quanti esperti e professionisti della cosmesi continuino a pensarla così, è che una sostanza si può utilizzare nel cosmetico solo se ha un suo nome INCI. Falso ed anche insensato. Le norme europee del cosmetico, al momento quelle redatte con maggior rigore, definiscono esplicitamente cosa fare per utilizzare ingredienti cosmetici che non hanno alcuna denominazione INCI. Ho visto anche sentenze, all’interno delle solite liti giudiziarie per l’utilizzo di un marchio, dove l’errato convincimento che il nome INCI sia una sorta di validazione influenzava il giudizio. Al contrario, l’attribuzione di una denominazione INCI non comporta alcuna valutazione sulla purezza, efficacia, sicurezza, idoneità, funzionalità di una sostanza.
Oltre a non definire la purezza poi le denominazioni INCI possono consentire ampie variazioni nella composizione di un ingrediente. Ad esempio con il termine EXTRACT in genere si caratterizzano centinaia di estratti vegetali, definendone solo la pianta e la parte della pianta da cui sono estratti, ma la loro composizione, se estratti con CO2 supercritica o con acetone, può essere molto diversa.
A questo si aggiunga che un nuovo nome INCI viene dato dal INC a seguito di una richiesta, application, fornita dall’industria che vuole registrare un suo prodotto.
Un produttore di materie prime utilizzabili nella cosmesi è portato ad adottare una denominazione commercialmente accattivante, visto che poi entrerà in etichetta.
Non so come, ma l’INC ha approvato anche INCI come : ELGUEA CLAY, per denominare i fanghi di una stazione termale cubana.
Il comitato INC ha poi ricevuto application dove venivano proposti nuovi nomi INCI che erano in effetti spot pubblicitari.
Estratti o oli “organic” per cavalcare la moda del eco-bio, sostanze dove da qualche parte doveva brillare il termine “stem” per cavalcare la moda delle staminali, ma anche estratti “enzymatic” e altri nomi con cui si cercava di differenziare o in qualche modo qualificare un nuovo ingrediente cosmetico.
Il comitato INC, più il sistema INCI ha assunto una sua valenza internazionale, più ha cercato di limitare certi tentativi “commerciali” di registrazione di nuove denominazioni.
Il termine “stem” rientra solo come parte botanica, intendendo lo stelo o il gambo, mentre estratti da colture di cosiddette staminali vegetali sono denominati “meristem cell extract” o “meristem cell culture”.
Il termine “organic” non è stato accettato in nessun nuovo INCI e le marche americane del segmento eco-bio lo inseriscono arbitrariamente a loro piacimento nella lista ingredienti, le più corrette tra parentesi come se fosse un “trivial name”.
Consultando le monografie del dizionario INCI si scoprono alcune incongruenze rivelatrici di come sia complesso definire una nomenclatura sistemica, il più possibile su basi scientifiche, degli ingredienti cosmetici che vengono proposti dall’industria.

Limiti, pasticci ed errori del comitato che assegna i nomi INCI

Capita non raramente che le denominazioni non siano univoche.
Così qualcuno ha registrato l’estratto di prezzemolo con l’INCI: CARUM PETROSELINUM EXTRACT e qualcuno con PETROSELINUM CRISPUM EXTRACT e sono esattamente la stessa cosa.
Il problema della non univocità di alcuni INCI emerge sia quando il nome botanico prevede vari sinonimi, sia quando sono presenti varie sottospecie e varietà, sia quando fanno grossolani errori di sintassi o trascrizione.
Ricordo il caso di un ingrediente TOTEM che ha caratterizzato alcune linee cosmetiche, conosciuto come olio di rosa mosqueta. La rosa mosqueta non è una specie di rosa definita. Rosa mosqueta è il nome comune in sudamerica di tutte le rose selvatiche, quelle con frutto. Gli INCI disponibili per il loro olio fisso sono:
ROSA CANINA FRUIT OIL
ROSA EGLANTARIA SEED OIL
ROSA MOSCHATA OIL
ROSA MOSCHATA SEED OIL
ROSA RUBIGINOSA SEED OIL
poi ci sarebbe anche, ma poco diffusa in sudamerica
ROSA ROXBURGHII SEED OIL .
La specie più diffusa è la ROSA CANINA.
ROSA RUBIGINOSA e ROSA EGLANTARIA (ma i database tassonomici la chiamano EGLANTERIA e il dizionario INCI riporta un errore di sintassi) sono sinonimi, quindi la stessa cosa.
In questo pasticcio botanico, molti produttori di cosmetici, in etichetta riportano il ROSA MOSCHATA SEED OIL visto che ha il nome che ricorda di più la rosa mosqueta sudamericana anche se come specie la Rosa moschata, in sudamerica dove l’olio viene prodotto, è la specie meno diffusa.
Il comitato che decide ed attribuisce le denominazioni INCI non è propriamente un comitato scientifico; sponsorizzato dalle industrie, deve mettere ordine nelle richieste che le industrie stesse gli fanno per introdurre sul mercato un nuovo ingrediente.
Un altro evidente pasticcio l’hanno fatto quando sono stati lanciati i peptidi cosmetici. All’inizio l’INC ha accettato le proposte delle industrie che proponevano di identificare gli ingredienti come OLIGOPEPTIDE. Abbiamo così decine e decine di OLIOGOPEPTIDE riferiti a catene di aminoacidi più o meno lunghe (anche più di 20 o 50 amminoacidi che con il concetto di “oligo” cioè “pochi” stona abbastanza) identificate solo da un numero in sequenza; l’ultimo è l’OLIOGOPEPTIDE-148. Di questi neppure in monografia viene indicata la sequenza di amminoacidi che li compongono. Non ci si deve stupire che sia praticamente impossibile trovare in letteratura i dati per definirne efficacia, rischi e sicurezza.
La situazione non è molto migliorata quando hanno cominciato a raggruppare i peptidi in funzione del numero di amminoacidi: tripeptidi, tetrapeptidi, pentapetidi ecc… Sono stati registrati 65 peptidi composti da solo 3 amminoacidi (tripeptidi) e della stragrande maggioranza non viene descritta esplicitamente la sequenza.
Ci sono poi vecchie denominazioni dove la confusione è massima.
Esemplare il caso dell’olio di alloro.
Gli INCI disponibili sono:
LAURUS NOBILIS OIL
LAURUS NOBILIS FRUIT OIL
LAURUS NOBILIS LEAVE OIL
descritti tutti come oli volatili e con analoghi numeri identificativi: CAS # 84603-73-6 , EC # 283-272-5 .
Peccato che il regolamento europeo indichi come assolutamente proibito nel cosmetico un misterioso “Oil from the seeds of Laurus nobilis” con gli stessi numeri identificativi: CAS # 84603-73-6 , EC # 283-272-5 .

Limiti, pasticci ed errori di chi redige la lista ingredienti

Redigere una lista ingredienti impropria e non conforme, fino a poco tempo fa non era neppure facilmente sanzionabile. Solo dal 6 gennaio 2016 è stata introdotta una disciplina sanzionatoria che può interessare chi redige non correttamente la lista ingredienti di un cosmetico.
Le norme sono abbastanza chiare e tutto ciò che viene introdotto nel cosmetico per formularlo, escluse le impurità, tracce e residui di lavorazione, deve essere dichiarato in ordine decrescente fino a concentrazioni dell’1%, poi in ordine sparso.
Con occhio esperto è facile individuare molte liste ingredienti redatte approssimativamente o capziosamente.
Le incongruenze più comuni sembrano spesso dipendere dal fatto che chi redige la lista ingredienti utilizza gli INCI suggeriti dal fornitore di materie prime, non sempre corretti. Tipica incongruenza è ad esempio quella delle materie prime conservate di cui nella lista ingredienti non si riporta il conservante. Ma ci sono anche INCI “discutibili” dove per ragioni commerciali redigendo la lista ingredienti si vuole promuovere una certa immagine del prodotto.
Prodotto: succo aloe 100%
lista ingredienti in etichettaprobabile lista ingredienti corretta
Ingredients: ALOE BARBADENSIS LEAF JUICEIngredients: AQUA, ALOE BARBADENSIS LEAF EXTRACT, POTASSIUM SORBATE, POTASSIUM BENZOATE, CITRIC ACID.
Prodotto: Olio di iperico 100%
lista ingredienti in etichettaprobabile lista ingredienti corretta
Ingredients: HYPERICUM PERFORATUM OILIngredients: HELIANTHUS ANNUUS SEED OIL, HYPERICUM PERFORATUM FLOWER/LEAF/STEM EXTRACT, LECITHIN, TOCOPHEROL, ASCORBYL PALMITATE, CITRIC ACID

L’ossessione per gli ingredienti

Per il consumatore poter individuare preventivamente l’eventuale presenza di ingredienti a cui si può essere allergici è fondamentale. Molto più che soddisfare il generico bisogno di sapere cosa c’è dentro.
Una oggettiva carenza del marketing cosmetico, quando identifica la qualità di un prodotto con la presenza di un suo ingrediente TOTEM, oltre che allarmismi e scorrette campagne di demonizzazione di alcuni cosmetici o ingredienti, sostenute da chi vuole vendere prodotti o ingredienti alternativi, hanno prodotto una vera e propria ossessione per gli ingredienti cosmetici. Giustissimo voler sapere cosa c’è dentro, ma sbagliato credersi tutti esperti tossicologi capaci di individuare da una lista ingredienti, senza informazioni su concentrazioni e purezze, eventuali rischi per la salute.

L’ossessione per gli ingredienti cosmetici a volte assume comportamenti ed argomentazioni tipiche della tifoseria calcistica e se il consumatore ama le magliette a righe rosse e nere ed odia quelle bianco e nere è difficile fargli cambiare opinione. Peccato che le argomentazioni a favore o contro un qualche ingrediente cosmetico siano per lo più fondate, ragionevoli o scientifiche quanto le discussioni tra tifosi di calcio.

Rodolfo Baraldini

mercoledì 4 gennaio 2017

Cushion make-up: la nuova moda o il nuovo nonsenso cosmetico?


Cushion make-up: la nuova moda o il nuovo nonsenso cosmetico?

Cushion make-up: la nuova moda o il nuovo nonsenso cosmetico?

 

Parlando della cosmesi koreana e della sua strabiliante crescita non potevo non approfondire alcuni successi commerciali

“Ne vanno tutte pazze…”
“Fantastico …”
“Ha cambiato il make up…”
Stanno parlando del cushion make-up, una nuova proposta nel mondo dei fontotinta che si sovrappone al segmento delle creme alfabetiche: BB, CC ecc.. come prodotto multitasking o multifunzionale.
Di fronte a tante entusiastiche recensioni sorge spontaneo domandarsi se sono dovute agli effetti allucinogeni delle mode, ad abili campagne marketing o ad una effettiva innovazione che ha rivoluzionato la funzionalità e la qualità percepita del prodotto.
Lanciati in Corea nel 2008 da Iope, un marchio del gruppo Amore Pacific, oggi non solo il gruppo ne vende decine di milioni di pezzi l’anno ma, l’idea con diverse declinazioni è stata adottata da tanti grandi marchi del make-up. Come spesso accade nel marketing e come recitava uno storico spot pubblicitario: basta la parola. Ed in questo caso la parola chiave è “cushion”, utilizzata per definire un concept marketing ed un design di prodotto che può essere poi declinato in modi diversi. Così, nonostante la grande somiglianza nel design e nella comunicazione il make up venduto come cushion da diverse marche può soddisfare aspettative diverse.
L’acronima fantasia dei markettari ha trasformato la sigla CC, riportata in molti prodotti, in Color Control, Cushion Compact, Cream Cushion, ecc..
Come nelle creme alfabetiche, nel cushion make-up, l’utilizzo dell’SPF per comunicare la protezione solare comporta il solito pasticcio di caratterizzare come prodotti solari prodotti che in genere mancano delle caratteristiche, avvertenze e, negli USA, approvazioni che dovrebbe avere un prodotto per protezione solare.

L’innovazione

Il termine “cushion”, cuscino, si riferisce a spugne, più propriamente schiume uretaniche ( hai presente la gommapiuma?) impregnate del cosmetico da applicare.
L’innovazione sta in un concetto che interviene profondamente sul design dei prodotti. Il cosmetico, un fondotinta, ma anche una emulsione pigmentante, una delle tante “teint créme” che adesso si chiamano: BB, CC, DD ecc.. è formulato con una viscosità bassa presentandosi sostanzialmente come fluido. Il packaging e design, dove si sono concentrate le maggiori innovazioni, è però simile a quello di un fondotinta compatto. Il fluido impregna una spugna da cui fuoriesce in funzione della pressione. Di veramente innovativo e rivoluzionario non c’è molto. La spugna impregnata di prodotto fluido è una sorta di erogatore, dosatore del pigmento che viene poi normalmente distribuito sulla pelle da un altro cuscino applicatore (che per distinguerlo potremmo chiamare “puff”), con una porosità molto più fine in modo da ridurre la quantità di prodotto assorbita.. L’idea di dosare/applicare un colore con una spugna, un pezzo di gommapiuma o oggetti simili anziché un pennello non è certamente nuova. Innovativo ma non nuovo il design, il modello di utilità, dove il contenitore del fondotinta fluido esternamente è analogo a quelli per prodotti compatti e il puff di grandi superficie permette applicazioni più rapide ed uniformi. La formulazione più fluida comporta che il contenitore di un “cushion” contrariamente a quello dei fondotinta compatti cui assomiglia, sia ermetico quando è chiuso, se non si vuole tingere l’interno delle borsette ed il loro contenuto.
Sia per la congiuntura, si usciva da una crisi economica che poteva far crollare il sistema bancario globale, sia per il trend-moda dei prodotti multifunzione, le formulazioni dei prodotti “cushion” coreani vantavano qualità ancillari: la protezione solare, un qualche effetto depigmentante ( che nei mercati asiatici funziona sempre), un qualche effetto idratante, un qualche onirico effetto nutriente.
Il termine “cushion” non è registrabile e chiunque lo può utilizzare. Il gruppo Amore, uno dei grandi della cosmesi mondiale con imponenti investimenti in Ricerca e Sviluppo, anche se ha presentato centinaia di domande di brevetto, ha registrato solo pochi brevetti a protezione del concept. Essendo poi poco difendibile l’idea generale, sia per anteriorità sia per genericità, hanno brevettato vari dettagli tecnici marginali: la procedura di produzione e impregnazione delle spugnette, la stabilizzazione delle formule per mantenere il prodotto fluido nonostante l’ampia superficie esposta all’aria delle spugne, il rapporto tra viscosità del fluido e porosità delle spugnette ecc.
Visto il successo di vendite non stupisce che nonostante il rischio di un contenzioso brevettuale, oggi decine di marche offrano prodotti allineati a questo concept. Nel marketing prodotti o strategie che inseguono concept di successo di un’altra marca sono chiamati “me-too”.

La tecnologia

La formulazione deve considerare il materiale dove il fluido resta impregnato
A livello formulativo non vedo novità stratosferiche.
Si tratta per lo più di emulsioni acqua in silicone con pigmenti e filtri UV metallici , in alcuni casi emulsioni multiple con una ulteriore fase esterna gellata. La concentrazione di filtri solari inorganici ( nei prodotti che la dichiarano dal 6 al 17% ) alza notevolmente la quota di polveri da stabilizzare nell’emulsione rispetto ai fondotinta con solo pigmenti e polveri opacizzanti o soft-focus. Le difficoltà formulative sono esasperate dall’utilizzo della spugna, ad alta porosità, dove la maggiore superficie esposta all’aria accelera i fenomeni dell’essicazione e della contaminazione microbica.
Il normale sistema conservante viene aiutato da concentrazioni più alte di glicoli e da ethylexylglicerine e la maggiore fluidità e resistenza all’essicazione viene garantita da concentrazioni più alte di siliconi. Nelle emulsioni acqua in silicone la viscosità diminuisce aumentando il silicone al contrario delle emulsioni silicone in acqua dove aumentando il silicone la viscosità aumenterebbe. Nel complesso la formulazione si riconduce ad uno dei tanti fondotinta con protezione solare o ad una delle tante BB cream adattate all’erogazione con una spugna impregnata. Da notare che la spugna, con il suo rapporto superficie volume, in qualche modo può contribuire alla stabilizzazione di una emulsione con tante polveri disperse dentro. Le spugne ad alta porosità possono condizionare la scelta della granulometria e del coating, trattamento superficiale, delle polveri che per agevolare sia la fase dell’impregnazione che quella del rilascio devono essere micronizzate al limite delle nanodimensioni.
La “coprenza” può essere modulata a piacimento in funzione dell’obbiettivo commerciale. Normalmente superiore a quella delle BB cream può essere ridotta regolando la granulometria dei filtri inorganici e dei pigmenti o aumentando a parità di SPF la concentrazione di filtri solari organici.
La gamma colori è normalmente inferiore rispetto a quella offerta nei “normali” fondotinta solo per ragioni commerciali e le marche con maggiori volumi di vendita nei prodotti “cushion” possono offrire gamme colori più ampie.


Lo spreco

Un fondotinta fluido con protezione solare e altre funzioni può essere contenuto anche in una normale boccetta
Una nuova idea o un nuovo design che fa vendere decine di milioni di pezzi l’anno è una idea che FUNZIONA.
Il consumatore percepisce immediatamente la praticità di un fondotinta fluido che si può portare in giro ed applicare agevolmente last-minute. Tutti gli altri effetti : più luminoso, più idratante, più nutriente (!), più coprente, meno coprente, più protezione solare ecc. sono modulazioni formulative a discrezione del produttore che deve segmentare e qualificare il prodotto. Molte delle qualità percepite che si leggono in tante entusiastiche recensioni di prodotti associati al concept “cushion” possono essere risultato di un marketing particolarmente efficace o delle suggestioni/allucinazioni indotte dalla moda.
L’utilizzo di una spugna impregnata per trattenere il fluido nei contenitori compatti comporta un grande spreco di prodotto che alla fine non viene rilasciato dalla spugna; ma la marginalità molto alta, cioè il rapporto tra il costo industriale della formulazione ed il prezzo al pubblico nei prodotti per make-up, permette di ridurre la percezione economica di questo spreco. Alcune marche offrono, con successo e praticità opinabile, la possibilità di ricarica. Il maggiore frazionamento, cioè confezioni da 10/15 ml contro confezioni da 30 o più ml, permette di praticare prezzi al litro molto superiori anche per marche non della fascia lusso o prestige.

Rodolfo Baraldini
Il concept del cushion e dell'applicazione con una spugna può essere declinato anche senza contenitori analoghi a quelli dei fondotinta compatti
Il concept del cushion e dell'applicazione con una spugna può essere declinato anche senza contenitori analoghi a quelli dei fondotinta compatti

domenica 1 gennaio 2017

Peptidi cosmetici: efficaci o nuova moda ?

Peptidi cosmetici: efficaci o nuova moda ?

Peptidi cosmetici: efficaci o nuova moda ?


Molte pagine pubblicitarie del cosmetico ne vantano la presenza. Sono ingredienti TOTEM, cioè quel tipo di ingredienti su cui si focalizza la comunicazione del cosmetico, per vantarne una qualche efficacia. Basta dire che il cosmetico li contiene per convincere il consumatore ad acquistare il prodotto.
Argireline, matrixyl , syn-coll, e tanti altri sono marchi più o meno conosciuti di ingredienti cosmetici, considerati “attivi”, che hanno in comune una caratteristica, sono PEPTIDI.

Cosa sono i peptidi?

Anche se qualche paginetta nella scuola dell’obbligo può parlarne, pochi sanno esattamente cosa sono. Si tratta di molecole lineari dove 2 o più amminoacidi (un po’ ammina, un po’ acido) sono legati da un legame peptidico, cioè con il gruppo amminico (-NH2) attaccato al gruppo carbossilico (-COOH).
Sono i “mattoncini” con cui si costruiscono le proteine, che formalmente si distinguono dai peptidi per le dimensioni, le proteine sono molto più grandi, e per la struttura, le proteine raramente sono composte da una sola catena peptidica, per lo più sono più catene peptidiche aggregate o legate al gruppo prostetico. Le dimensioni fanno la differenza, ma non c’è consenso scientifico su quanto corta deve essere una catena di aminoacidi per considerarla un peptide anziché una proteina o una sua frazione. Molti considerano peptidi solo le catene con meno di 50 amminoacidi e oliogopeptidi quelli più piccoli, fino a 10 amminoacidi.
È indiscutibile che l’apporto di specifici peptidi può modulare o interferire con tanti processi biologici. Ormoni, proteine, enzimi, fattori e co-fattori sono quasi sempre correlati ad una qualche sequenza peptidica. Di pochissimi peptidi si è però individuata una specifica funzionalità su specifici tessuti o processi. Possono modulare alcuni processi proliferativi, la crescita o la differenziazione, ma anche l’espressione di proteine, enzimi o ormoni, possono svolgere azione chemiotattica, possono fungere da trasportatori, possono avere effetti sistemici o specifici. Ipoteticamente e non solo, possono fare tante cose. Troppe.
La ricerca scientifica ha fatto passi straordinari e si sa qualcosa di più del fatto che bastava sputare su un vetrino per vedere una maggiore crescita cellulare. Dalla scoperta dei fattori di crescita derivati da secrezioni salivari, sia l’NGF (nerve grow factor) che l’EGF (epidermal grow factor) furono individuati nella saliva di qualche topo, a specifici peptidi assemblati o sintetizzati per agire su uno specifico processo il passo non è stato breve. Non è per nulla facile indviduare quali sequenze peptidiche sono bioattive, su quali cellule ed in che modo. Ancora più complesso trasferire queste conoscenze dagli esperimenti in vitro a risultati pratici in vivo.

Attenzione ai grandi numeri

Considerando solo i 20 amminoacidi standard le possibili combinazioni con cui possono legarsi con ripetizione 3 aminoacidi sono 1540, per 4 8855, per 5 42504. Insomma siamo nel calcolo combinatorio e le possibili variazioni della sequenza con cui sono legati in una catena peptidica gli amminoacidi sono tantissime.
Anche escludendo le ripetizioni improbabili, provate ad immaginare la quasi infinita varietà di combinazioni con cui si possono legare in proteine composte da migliaia di amminoacidi. Per intenderci, il “banale” collagene è composto da 3 catene polipetidiche di circa 1400 amminoacidi ognuna.
Inoltre alla “semplice” sequenza con cui sono legati tra loro gli aminoacidi si aggiunge anche il fatto che la struttura tridimensionale di queste molecole ne può modificare gli effetti.
Le possibili interazioni biochimiche ed i percorsi proteici sono tantissimi e non deve stupire che nella cosmesi si tenda ad utilizzare solo catene molto corte con peptidi composti da 3, 4 a volte 6 amminoacidi.

A cosa servono nel cosmetico?

Come sempre nel cosmetico, servono a far vendere il cosmetico, e funzionano alla grande. Già il nome ostrogoto-scientifico evoca quel non so ché di high-tech, che fa pensare a qualche nuova scoperta miracolosa.
Se ci si domanda invece cosa fanno in termini di effetti biologici di ambito cosmetico, andiamo su un terreno scivoloso in una giornata di nebbia.
Pochissime delle straordinarie scoperte in vitro sono supportate da dati significativi in vivo.
Secondo la Cochrane collaboration, anche l’utilizzo di fattori di crescita e sequenze peptidiche per la cura delle ulcere e piaghe croniche o da diabete non ha dato risultati conclusivi. Inoltre il profilo di rischio quando si pasticcia con processi proliferativi non è mai molto chiaro. Se posso accelerare la crescita di tessuti sani, chi mi dice che non accelero anche la crescita di tessuti non sani?
Nel cosmetico i peptidi di “successo” sono stati quelli pubblicizzati come botox-simili o per la rigenerazione del collagene; ma molte altre sono le potenziali attività che possono essere individuate.
Si possono distinguere il peptidi bioattivi e peptidi trasportatori. Di questi ultimi più che la eventuale interazione con un qualche percorso proteico si sfrutta la capacità di permeare le membrane cellulari e di portare, in genere un atomo metallico, proprio nelle cellule bersaglio.
I peptidi che possono esercitare un qualche bioattività sono per lo più:
  • peptidi di segnale: possono stimolare la produzione di collagene, elastina e altre proteine e glucosamminoglicani della pelle. Il GHK (Liver Cell Growth Factor) è un esempio di un peptide di segnale e è stato uno dei primi peptidi di cui si è scoperta questa bioattività. Originariamente isolato dal plasma umano agli inizi del 1970 se ne è studiata l’applicazione per accelerare la riparazione delle lesioni cutanee. I peptidi di segnale possono influenzare alcuni processi biologici anche a concentrazioni relativamente basse.
  • modulatori dell’espressione di neurotrasmettitori: attraverso una varietà di interazioni biochimiche possono ridurre l’espressione della acetilcolina, riducendo la capacità dei muscoli di contrarsi. Della bufala del pseudo botulino cosmetico come della bufala di vari veleni cosmetici ho parlato più volte.
    Le sequenze Acetyl-Glu-Glu-Met-Gln-Arg-Arg-NH2 oppure H-β-Ala-Pro-Dab-NHBzl hanno avuto un discreto successo commerciale comunicando che interferivano con i neurotrasmettitori che comandano la contrazione muscolare.
  • inibitori di enzimi, alcuni enzimi come la MMP (Matrix Metalloprotease) degradano le proteine come il collagene. Alcuni peptidi possono inibire l’attività dell’enzima MMP e quindi rallentare la degradazione delle proteine strutturali della pelle. Intervenendo sugli equilibri biochimici regolati da enzimi c’è un qualche potenziale per inibire la crescita dei capelli e ridurre o aumentare la pigmentazione ed interagire con altri processi cutanei.
  • peptidi antiossidanti, faccio un utilizzo “suis generis” del termine antiossidante, in quanto si tratta specificamente di peptidi che possono interferire con processi di carbonilazione e glicazione, processi non enzimatici di degradazione delle proteine, in qualche modo associati all’invecchiamento. La L-Carnosine è il peptide di riferimento con questa funzione.
Principali peptidi studiati nell’applicazione topica
L’uso del condizionale è d’obbligo quando si parla delle attività vantate senza adeguati trial clinici
Categoria
Attività
Nome
Sequenza
Peptide di segnaleActiverebbe il TGF-β, inducendo la sintesi del collagenePalmitoyl Tripeptide-5, SYN-COLLPalm-Lys-Val-Lys-OH
Stimolerebbe la sintesi del collagene e dei glicosamminoglicani Palmitoyl Tetrapeptide-3, Palm-GQPR, MATRIXYLPalm-Gly-Gln-Pro-Arg-OH
Stimolerebbe la sintesi del collagene tipo IV, IV, VII, e XVII Palmitoyl Dipeptide-6Palm-Lys-Val-Dab-OH
Stimolerebbe la sintesi del collagene, elastina e dei glicosamminoglicani, si sospetta anche una azione sulla melanogenesi Palmitoyl tripeptide-1, PAL-GHKPalm-Gly-His-Lys-OH
Stimolerebbe la sintesi del collagene e dei glicosamminoglicani Palmitoyl Hexapeptide, Palm-Val-Gly-Val-Ala-Pro-Gly-OH
Modulatori dell’espressione dei neurotrasmettitoriInibirebbe il rilascio dei recettori dell’acetilcolinaDipeptide Diaminobutyroyl Benzylamide Diacetate, SYN-AKEH-β-Ala-Pro-Dab-NH-Benzyl.2AcOH
Pentapeptide-3H-Gly-Pro-Arg-Pro-Ala-NH2
Inibirrebbe il rilascio dei neurotransmittitoriPentapeptide-18H-Tyr-D-Ala-Gly-Phe-Leu-OH
Inibirrebbero i recettori SNAREAcetyl Hexapeptide-3, Argireline AcetateAcetyl-Glu-Glu-Met-Gln-Arg-Arg-NH2
Acetyl Octapeptide-3, SNAP-8Acetyl-Glu-Glu-Met-Gln-Arg-Arg-Ala-Asp-NH2
Palmitoyl Hexapeptide-19, BoNT-L (Bo-tulinum NeuroToxins)
Inibitori di enzimiInibitore dell’ACE (Angiotensin-Converting Enzyme) potrebbe migliorare il drenaggio linfaticoDipeptide-2H-Val-Trp-OH
Acetyl Tetrapeptide-5, EYESERYLAcetyl-β-Ala-His-Ser-His-OH
Stimolerebbe la sintesi del collagene e dei glicosamminoglicaniOligopeptide-20H-Cys-Arg-Lys-Ile-Pro-Asn-Gly-Tyr-Asp-Thr-Leu-OH
Inibisce la crescita dei peliEflornitine, eflornitina cloroidrataH-α-Difluoro-Me-DL-Orn-OH-HCl-H2O
Anti-ossidanti, anti-glicazione, anti-carbonilazione/carbossilazione delle proteineInibirebbe la carbonilazione del collageneTripeptide-1H-Gly-His-Lys-OH
Inibitori la carbonilazione delle proteineCarnosineH-β-Ala-His-OH
N-Acetyl CarnosineAcetyl-β-Ala-His-OH
VariInibirebbe la desquamazione cutaneaZ-Gly-Pro-Phe-Pro-Leu-OH
Inibirrebbe la crescita dei peliH-Phe-β-Ala-OH
Stimolerebbe la melanogenesiMELANOTAN IAc-Ser-Tyr-Ser-Nle-Glu-His-D-Phe-Arg-Trp-Gly-Lys-Pro-Val-NH2
Inibirebbe la melanogenesiMELANOSTATINHis-D-Arg-Ala-Trp-D-Phe-Lys
Palmitoyl PentapeptidePalm-Lys-Thr-Thr-Lys-Ser
GHK, Liver Cell Growth FactorH-Gly-His-Lys-OH
GHK-CuH-Gly-His-Lys-OH Cu
Hexapeptide-10, SERISELINEH-Ser-Ile-Lys-Val-Ala-Val-OH
Hexapeptide-9, COLLAXYLH-Gly-Pro-Gln-Gly-Pro-Gln-
OH
Varie ricerche evidenziano la azione antimicrobica di alcuni oligopeptidi.

Dubbi e perplessità sull’utilizzo dei peptidi nella cosmesi

Parlando di peptidi cosmetici, si parla di sostanze congeneri ma che possono esplicare varie bioattività dove un peptide può agire in modo completamente diverso, se non opposto rispetto ad un altro peptide, apparentemente simile. Quindi generalizzando si possono prendere colossali cantonate. Nel business dei peptidi cosmetici intravvedo alcuni fattori comuni che mi lasciano perplesso.

Poca trasparenza.

La comunicazione a supporto di questi ingredienti cosmetici, in genere non brilla per trasparenza ed i riferimenti scientifici a supporto dei claim sono limitati e decisamente opinabili. Non irrilevante anche una certa confusione fatta in sede di attribuzione del nome INCI a questi ingredienti. Alcuni produttori non esplicitano la sequenza di amminoacidi che compongono il peptide ed anche spulciando nei brevetti la effettiva struttura chimica della sostanza non sempre è facilmente rintracciabile. Senza l’esatta sequenza e struttura non ha senso parlare di valutazione della sicurezza ed escludendo alcuni dati tossicologici forniti da alcuni produttori, in letteratura scientifica informazioni su tutte queste “nuove” sostanze proprio non si trovano. I test di efficacia sono quasi sempre in vitro e non garantiscono analoghi risultati in vivo.

Assetto legale, regolatorio.

Nella UE la definizione legale di cosmetico prevede che non si possa confondere la sua attività con una attività terapeutica/farmacologica. Negli USA i limiti posti al cosmetico sono ancor più netti, visto che il cosmetico USA non deve modificare il corpo. Quindi negli USA ogni attività fisiologica dei peptidi o dei cosmetici che li contengono se reclamizzata può far classificare il prodotto come new drug, bisognoso di autorizzazioni e controlli come un farmaco. Per questo la FDA invia continuamente warning letter alle case cosmetiche che pubblicizzano prodotti che “stimolano la produzione di collagene”. Nella UE dove norme e soprattutto controlli sulla pubblicità del cosmetico non sono così stringenti, sono cosmetici le ” sostanze o miscele destinate a essere applicate sulle superfici esterne del corpo umano (epidermide, sistema pilifero e capelli, unghie, labbra, organi genitali esterni), oppure sui denti e sulle mucose della bocca allo scopo esclusivamente o prevalentemente di pulirli, profumarli, modificarne l’aspetto, proteggerli, mantenerli in buono stato o correggere gli odori”.
In questa definizione non rientrano prodotti in grado di modificare significativamente alcune funzioni fisiologiche pertanto, anestetizzare, “addormentare i muscoli”, modulare l’espressione di vari ormoni e tante altre bioattività vantate nei peptidi cosmetici, anche se non espressamente “proibite” come nelle norme USA, sollevano qualche perplessità.

Ma quanto ce ne è?

Sono oliogopeptidi sintetizzati (visto la tecnica con cui vengono prodotti si potrebbe anche dire “assemblati”) con tecniche relativamente sofisticate, normalmente molto costosi. La maggioranza di questi ingredienti viene fornita in soluzioni ultradiluite.
Ad esempio il PALMITOYL HEXAPEPDIDE-19 viene fornito in soluzione allo 0,004-0,006%. Inserendolo al 5% in un prodotto la concentrazione finale diventerebbe 0,00025% cioè 2,5 ppm.
Applicando 1mg/cm2 di prodotto sulla pelle applicheremmo 2,5 nanogrammi/cm2.
2,5 nanogrammi significa 0,0000000025 grammi; circa la quantità di cocaina che c’è per metro cubo nell’aria di Torino.
La valutazione della sicurezza fatta dal CIR considera che nei cosmetici sul mercato USA le concentrazioni dei più comuni oligopeptidi sono comunque inferiori a 10 ppm. Visto che non è neppure detto che penetrino la pelle così facilmente, non stupisce che a queste concentrazioni siano considerati sicuri, nonostante la oggettiva carenza di informazioni tossicologiche in letteratura.

Conclusione

Si tratta di ingredienti cosmetici relativamente nuovi di cui le informazioni su sicurezza ed efficacia sono controverse o scarse.
Come segnali alcuni possono modulare diversi processi biologici se raggiungono i tessuti bersaglio, ma normalmente sono inseriti nel cosmetico a concentrazioni talmente basse da rendere improbabili sia la eventuale efficacia che la eventuale pericolosità.
Da notare che molti test in vitro presentati dai fornitori per dimostrare l’efficacia di questi ingredienti, quando ben fatti, la mettono a confronto con ingredienti “benchmark” di cui è ampiamente nota la bioattività. Ad esempio per valutare la espressione del collagene si utilizza l’acido ascorbico, per l’espressione della cAMP la forskolina, ecc. Leggendo le presentazioni tecniche sorge spontaneo il dubbio che in termini di sicurezza/efficacia sia preferibile utilizzare gli ingredienti benchmark, molto meno costosi e che per profilo tossicologico e reperibilità si possono formulare a concentrazioni non omeopatiche.
Rodolfo Baraldini
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Riferimenti:
Growth factors for treating diabetic foot ulcers. Cochrane database of systematic reviews, 2015
CIR: Safety assessment oligopeptides, 2012
CIR: Safety assessment Tri and Hexa peptides, 2014

venerdì 30 dicembre 2016

Biotulin: il botulino biologico! sic!

Biotulin: il botulino biologico! sic!

Biotulin: il botulino biologico! sic!



M.I. mi scrive: …ultimamente gira su internet la pubblicità di questo siero che si chiama biotulin, è un siero usato dalle dive, secondo lei può funzionare o è un a bufala….
Visitando il sito   http://biotulin.com/ si ha l’impressione che si tratti della solita  sPUtBLICITÁ  via web.
Il solito taglio grafico, la difficoltà di individuare chi c’è dietro alla operazione commerciale, i soliti claim esagerati supportati da molto improbabili foto prima e dopo e da recensioni entusiaste di presunti consumatori. Ci sono anche i  ”soliti” riferimenti alla comunicazione sui magazine. Il lancio commerciale del 2015 punta molto sullo  star system, ingrediente marketing un po’ abusato ma che funziona. Raccontano cioè che si tratta del cosmetico (ovviamente “segreto”) delle star. E poi, la lista: Madonna, Kate Middletown, Michelle Obama, Carla Bruni, Karl Lagerfeld ecc..
Interessante lo sfruttamento di Michelle Obama come presunta testimonial; visto che si è impegnata in prima persona per far mangiare meno schifezze agli americani, è in linea con il claim salutistico del “botulino biologico”, insomma questo speciale “ botulino biologico” farebbe bene come tutti i prodotti biologici, e via di seguito con tante storie del genere ….
Utilizzare una star come testimonial di un cosmetico non è cosa nuova, il problema è che alcune star sono citate, più o meno propriamente, da 5 o 6 prodotti cosmetici diversi.
How to apply
I marchi che garantiscono i fornitori della casa reale inglese
Me la vedo Kate Middletown che, a giudicare da quante marche e sottomarche raccontano di essere il suo cosmetico preferito, ogni mattina si applica il prodotto Pinco, poi dopo 5 minuti se lo rimuove ed applica il prodotto Pallino, poi dopo 5 minuti se lo toglie ed applica il prodotto Pippo  e via di seguito con Pluto e Paperino. Insomma! un vero lavoraccio, speriamo che si faccia pagare per questo “endorsement”.
La famiglia reale inglese, da qualche centinaio di anni, con sano pragmatismo anglosassone, garantisce il suo “endorsement” ai prodotti commerciali con dei marchi chiaramente regolamentati. La bella  Kate Middletown  non è ancora abbastanza in alto nella linea di successione, Elisabetta sembra proprio voler superare i 100 anni, pertanto i suoi fornitori non possono fregiarsi di un suo marchietto di  garanzia.
Che dietro al lancio commerciale del prodotto ci sia effettivamente qualche star che se lo applica mi sembra probabile. Se non altro dovrebbe usarlo la Kardashian visto che, a dar credito alle confuse  notizie di stampa, pochi mesi fa, avrebbe acquistato la licenza per la vendita sul mercato americano del Biotulin. La notizia richiede comunque qualche verifica visto che Biotulin non è neppure un marchio registrato o almeno non risulta registrato nei database dei marchi internazionali.
I vari siti web di vendita on-line riconducono all’ufficio di una società,  MyVitalSkin S.A,  registrata a Panama, paese di cui non so nulla su come sia redatto ed applicato il diritto commerciale e le leggi a tutela del consumatore. Analogo il nome di una società tedesca MyVitalSkin GmbH & Co. a cui compete la vendita on-line nel nord europa. La società tedesca, registrata a marzo 2015, sembra quella che ha maggiormente operato nel marketing cartaceo e in rete per la promozione del prodotto, sfruttando come testimonial Karl Lagerfeld. La formula risulta sviluppata e lanciata originariamente nella farmacia di Würselen, un paesone della Vestfalia, pertanto dietro a tutta l’operazione commerciale internazionale sembra proprio che ci sia qualche testolina tedesca.
In altri paesi, Turchia e Nuova Zelanda, la vendita è gestita da distributori e nel piano distributivo che si deduce  dai siti web esiste una procedura di “affiliazione” promossa con argomenti tipici delle strutture di vendita piramidale.
Insomma un lancio molto articolato, con molto clamore alimentato da articoli sulla stampa femminile che vanno oltre le solite “veline” pubblicitarie con cui vengono presentati i cosmetici, in questo tipo di riviste. Visto che gli articoli a firma di alcuni giornali non devono sottostare alle norme sulla pubblicità ingannevole non posso commentare le grossolane inesattezze, claim ingannevoli che ci ho trovato. Ma tutta l’operazione commerciale ruota su un comico nonsenso. La pubblicità del prodotto ed anche il suo nome, punta a valorizzare l’esclusività del suo essere “bio” contrariamente al “botox”. Peccato che la tossina botulinica sia una tossina “biologica”, anzi, se non ricordo male, la più tossica tossina biologica conosciuta.
Nei vari passaparola, traduzioni e copia incolla delle “veline” fornite dal produttore, il refuso più comico che ho trovato è quello che magnifica le virtù del spilanthol ricavato dal pancreas, confuso con il paracress, il crescione di parà, nome sudamericano della Spilanthes Oleacera.

Prezzi e informazioni rilevate in rete nel sito http://biotulin.co.uk/. Commenti personali nei riquadri rosa.

Biotulin Supreme Skin Gel

prezzo 49,99 € per 15 ml corrispondenti a 3333 €/litro

Ingredienti: AQUA/WATER, GLYCERIN, BUTYLENE GLYCOL, ALCOHOL, IMPERATA CYLINDRICA ROOT EXTRACT, ACMELLA OLERACEA EXTRACT, XANTHAN GUM, CARRAGEENAN, BENZOIC ACID, PHENOXYETHANOL, VITIS VINIFERA (GRAPE) LEAF EXTRACT, SODIUM HYALURONATE, SODIUM HYDROXIDE, CARBOMER, CAPRYLYL GLYCOL, ACRYLATES / C10-30 ALKYL ACRYLATE CROSSPOLYMER, ETHYLHEXYLGLYCERIN, DEHYDROACETIC ACID, SODIUM BISULFITE.
Gel IDRO.
SISTEMA CONSERVANTE: Phenoxyethanol, Dehydroacetic acid, Benzoic acid, con l’aiuto di Caprylyl Glycol e Ethylhexylglycerincon l’aiuto di, polyoli, alcol denaturato e probabilmente anche dell’estratto d’anice.
GELLANTI: Carbomer, Acrylates/C10-30 Alkyl Acrylate Crosspolymer, Xanthan gum, Carrageenan aiutati dal Sodium Hyaluronate
UMETTANTI: Glycerin, Butylene glycol aiutati da Sodium hyaluronate
ATTIVI: Imperata Cylindrica Root extract, Acmella Oleracea Extract aiutati da Vitis Vinifera Leaf Extract. Gli estratti pubblicizzati come funzionali come sempre non caratterizzano la effettiva concentrazione di attivi. Nella pubblicità si cita ampiamente lo spilanthol contenuto nell’estratto di Acmella Oleracea . Gateffossè ha brevettato, vari anni fa, il suo utilizzo anti-rughe, vantando una azione addormenta-muscoli che giustificherebbe i richiami al botox. Peccato che nel prodotto Gatefossè la concentrazione di spilanthol sia dell’ordine dei 50 ppm. La minima concentrazione di un componente liposolubile nell’estratto, ancor meno nel prodotto finito, spiega come si possa produrre un gel acquoso stabile e trasparente nonostante che l’indice di rifrazione dello spilanthol sia dell’ordine di 1.5135 .
L’altro estratto citato nella pubblicità è quello di Imperata Cylindrica, di cui esistono ricerche per una probabile azione osmoprotettiva, conseguentemente idratante, dovuta alla presenza di 3-dimethylsulfoniopropionate (DMSP). L’ingrediente è commercializzato soprattutto da Sederma, un importante fornitore di materie prime per la cosmesi.
I principali attivi sono ingredienti noti, ben distribuiti all’industria cosmetica, facilmente reperibili ed adottati da molte altre marche cosmetiche.
Come sempre non è dato sapere l’effettiva concentrazione di attivo nel prodotto finito.
Lo spilantolo è un ingrediente conosciuto e studiato da molto tempo, visto il suo utilizzo come aroma alimentare e nell’industria dei profumi. Per molti anni non c’era praticamente dentifricio o chewing gum che non ne contenesse almeno 100 ppm. Nonostante milioni di chewing gum e dentifrici in letteratura non viene riportato neppure un caso di muscoli della lingua o della bocca addormentati per 6 ore o per 6 secondi. Oltre ad essere una fragranza frutta-speziata gradevole con un fondo salato nell’aroma, stimola abbondantemente la salivazione con meccanismi neuro-chimici non perfettamente compresi. Il suo utilizzo alimentare è considerato sicuro e nei ratti è stata individuata una NOAEL di 23.4 mg/kg peso corporeo/die.
I marchi cosmetici, non pochi, che utilizzano l’estratto Gatefossè nei loro cosmetici vantano ricerche scientifiche sugli effetti analgesici/antinocicettivi che effettivamente sono state pubblicate sullo spilanthol o altri simili alchiammidi. Al contrario il claim sull’effetto antirughe o “addormenta-muscoli”, botox simile, dello spilanthol è supportato solo dagli studi, non proprio disinteressati, che il produttore ha inserito nel brevetto. Il test del brevetto, peraltro non è stato condotto verificando la modulazione degli SNAP-SNARE come si fa normalmente per verificare le azioni botosimili, ma contando le contrazioni in vitro di un tessuto neuromuscolare. Concludendo, manca una validazione scientifica, indipendente e con revisione paritaria, sul fatto che questa azione anti-rughe effettivamente ci sia.
Ma che lo splilanthol come altri alchilammidi insaturi, dal più affine, il shansool, alla capsicina o al oleammide interagisca con vari percorsi neurochimici è indiscusso. D’altra parte l’anandamide fa parte della famiglia.
Meno evidente che l’effetto si rilevi sulle sinapsi motorie, anche perché l’industria degli aromi ha da tempo commercializzato oleoresine titolate spilanthol al 30% e nessuno ha mai rilevato un effetto curaro-simile toccandole. Le molte potenziali interazioni neurochimiche tra alchilammidi insaturi e sinapsi sensoriali, creando paraestesia, sensazione di caldo, freddo, pizzicore elettrico ecc. non comportano automaticamente una risposta sulla capacità di contrarre i muscoli; parliamo di neurotrasmettitori e recettori diversi.
In uno studio comparativo tra spilanthol e shansool, il tanto pubblicizzato effetto “antirughe” non è stato riscontrato né per l’una né per l’altra sostanza.
Ma quasi tutti gli alchilammidi insaturi sono agevolati nella penetrazione transcutanea, per la loro polarità e struttura oltre che per una relativa affinità con i ceramidi cutanei.
Concludendo: se la storia di Claus Breuer, il farmacista di Würselen, è vera, si deve riconoscere che in pochi mesi hanno creato una enorme visibilità di un prodotto, relativamente semplice, formulato con ingredienti standard, accessibili a qualunque azienda cosmetica.
La comunicazione puntando sul sogno del Botox Biologico ha i difetti di tutte le comunicazioni di cosmetici botox-simili.
Se un prodotto applicato topicamente anestetizzasse e addormentasse i muscoli sottocutanei per 6 ore non sarebbe un cosmetico, almeno per quella che è la definizione legale di cosmetico. Poco credibile che 0,5 o 2,5 ppm di un comune aroma alimentare applicati sulla pelle siano in grado di “addormentare” i muscoli sottocutanei al punto di avere effetti visibili sulle rughe. Nessuno ha ancora dimostrato che l’eventuale temporaneo rilassamento muscolare indotto da un qualche prodotto topico abbia sulle rughe un effetto superiore a quello di una bella dormita.


Rodolfo Baraldini
pubblicato 10 gennaio 2016

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Riferimenti:
Elle.it: Botox-bio
Gatuline Expression
Renato Bruni: Chemestesi-il-pepe-del-sichuan-e-il-gusto-che-da-la-scossa/

 

giovedì 29 dicembre 2016

Confermata la sicurezza del fenossietanolo nei cosmetici, anche per bambini

Confermata la sicurezza del fenossietanolo nei cosmetici, anche per bambini

Confermata la sicurezza del fenossietanolo nei cosmetici, anche per bambini


Uno dei problemi del web è che nessuno scrive la data di scadenza di ciò che pubblica. Insomma ! scrivi qualcosa nel 2002 e dopo 14 anni rischi di ritrovartela davanti ed alla luce dei tempi è una colossale fesseria.
Personalmente ho adottato le regola di evidenziare sotto il titolo dei miei post, la data di pubblicazione, non si sa mai!
I motori di ricerca migliori possono ordinare i risultati in funzione della data di pubblicazione, ma è una funzione che pochi sfruttano.
Con una breve ricerca on line trovo ancora molte pagine che seminano allarmismo sul fenossietanolo, che nella lista ingredienti compare come PHENOXYETHANOL, nei cosmetici; soprattutto in quelli per baby.

Allarmismo Fenossietanolo


Al Lupo, Al Lupo ! L'allarmismo su alcuni ingredienti cosmetici a volte è sostenuto da chi vuole promuovere cosmetici o ingredienti alternativi
Ne ho già parlato 3 anni fà, quando vennero lanciate campagne di opinione che promuovevano il bando del fenossietanolo o il boicottaggio delle marche che lo utilizzavano. La storia era per certi aspetti simile a quella con cui sono stati assurdamente demonizzati i parabeni. Una richiesta di chiarimento da parte dell’ANSM, l’agenzia francese per la sicurezza dei medicinali e dei prodotti sanitari, diventò sul web un atto di accusa con toni tipo “avvelenano i nostri bimbi”.
Non solo i siti web pseudo-ambientalisti che amano megafonare qualunque argomento chemofobico. Anche qualificati siti ed organizzazioni consumeristiche. Una delle conseguenze dell’allarmismo cosmetico, cioè del creare apprensione, timore e panico irrazionali per la pericolosità di alcuni ingredienti cosmetici, è che per evitare l’utilizzo di un ingrediente non considerato sicuro poi magari se ne adotta un altro la cui sicurezza e ancor meno garantita.
È il caso, per certi aspetti clamoroso, del METHYLISOTHIAZOLINONE adottato in tantissimi cosmetici venduti vantando il loro essere “Senza parabeni”, prima che emergessero valide preoccupazioni per il suo potenziale allergizzante.


PHENETHYL ALCOHOL

Cavalcando la campagna/moda del “senza fenossietanolo” si è vista una discreta diffusione del PHENETHYL ALCOHOL.
L’utilizzo come conservante del PHENETHYL ALCOHOL al posto del PHENOXYETHANOL non è propriamente una BUFALA, infatti il regolamento cosmetico proibisce espressamente l’utilizzo di conservanti non elencati nell’allegato V. Chi lo vende lo promuove per la sua azione conservante, fornendo anche i dosaggi a cui utilizzarlo per la sua azione antimicrobica e le MIC ( Minimal Inibitory Concentration ) cioè le concentrazioni a cui è efficace verso i diversi microorganismi.
Chi lo formula lo utilizza per la sua azione antimicrobica, ma per le norme non si potrebbe dichiarare che un cosmetico è conservato dal PHENETHYL ALCOHOL.
Il consumatore viene ulteriormente preso per il naso dal claim “senza fenossietanolo” quando viene utilizzato il PHENETHYL ALCOHOL per il fatto che entrambi sono alcoli fenolici con struttura chimica molto, molto simile ed il profilo tossicologico del PHENETHYL ALCOHOL è simile a quello del fenossietanolo.
Tra le ricerche sulla tossicità del PHENETHYL ALCOHOL emergono però alcuni studi dermici su ratti che segnalano la sua teratogenicità, da cui viene stimato un NOAEL, cioè la dose a cui non si manifestano effetti avversi, di 0,43 ml/kg bw/day .

L’opinione SCCS sul fenossietanolo

Il 6 ottobre 2016, il Comitato scientifico europeo, SCCS ha pubblicato la versione finale dell’opinione sul Fenossietanolo.
La conclusione è chiara, alle concentrazioni definite dal regolamento europeo è sicuro e lo è anche nei cosmetici per infanti ( cioè con meno di 3 anni) che sono più esposti (in termini di peso della sostanza per kg di peso corporeo ).
Il NOAEL adottato è di 357 mg/kg bw/day derivato da studi dermici su conigli.
Da notare che alle preoccupazioni sollevate dall’ANSM francese per come con questo NOAEL non si potessse garantire un margine di sicurezza uguale o superiore a 100 per infanti, considerato il loro minor rapporto tra peso e superficie corporea, l’SCCS ha replicato che la capacità di metabolizzare il fenossietanolo più alta nell’uomo che nel coniglio, comporta che si possa considerare sufficiente un margine di sicurezza (MOS) di 25 anziché 100.
Il MOS pari a 100 (un numero fisso ricavato calcolando 10, come margine intersoggetto, moltiplicato per 10, come margine interspecie) è un limite arbitrario che come altri parametri tipici del risk management non è frutto di una verifica scientifica ma di una stima probabilistica.
L’opinione dell’SCCS sul fenossietanolo è significativa anche per risolvere in futuro la arbitrarietà del MOS da utilizzare quando i dati tossicologici non sono ricavati sull’uomo.
Da notare che l’SCCS non ha considerato affidabile uno studio Unilever del 1993 da cui si ricavava per via orale su ratti un NOAEL di 164 mg/kg bw/day. Utilizzando questo valore più basso, semplificando molto: NOAEL più basso significa sostanza più “tossica”, altri enti nazionali preposti alla sicurezza dei consumatori, hanno calcolato, contrariamente all’ANSM, che l’esposizione di neonati ed infanti nell’area del pannolino comportava comunque un MOS superiore a 100.
Ad oggi, l’ANMS che “suggeriva” di abbassare la massima concentrazione di fenossietanolo nei cosmetici per infanti e neonati al 0,4% non ha commentato l’opinione del SCCS che è giunta a conclusioni molto più tranquillizzanti basandosi soprattutto su uno studio di tossicocinetica (Troutman JA, Rick DL, Stuard SB, Fisher J, Bartels MJ (2015) Development of a physiologically-based pharmacokinetic model of 2-phenoxyethanol and its metabolite phenoxyacetic acid in rats and humans to address toxicokinetic uncertainty in risk assessment.) non disponibile nel 2012.

Conclusione

Il comitato scientifico europeo per la sicurezza dei consumatori, SCCS, è una delle massime autorità mondiali nella valutazione dei rischi e della sicurezza dei cosmetici. Difficile che sbaglino. Allo stato delle conoscenze attuali il fenossietanolo nel cosmetico è considerato sicuro a concentrazioni minori o uguali al 1% in tutti i cosmetici, anche quelli per chi ha meno di 3 anni. Nonostante l’allarmismo sollevato da alcune riviste e siti internet, il fenossietanolo resta uno dei conservanti più efficaci e sicuri, anche se ho l’impressione, non supportata da dati, che i casi di sensitizzazione siano in aumento.
Decidere di comprare cosmetici per baby che vantano il claim “senza fenossietanolo” e che poi utilizzano come conservante il PHENETHYL ALCOHOL è una assurdità oltre al fatto che sono cosmetici non a norme, visto che nella UE si possono utilizzare come conservanti solo quelli iscritti nell’allegato V del regolamento.

Rodolfo Baraldini

Riferimenti:
SCCS – ottobre 2015 -versione finale – opinione sul Fenossietanolo

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martedì 27 dicembre 2016

Onicocosmesi: domande e risposte sulle unghie

Onicocosmesi: domande e risposte sulle unghie

Onicocosmesi: domande e risposte sulle unghie

A fronte di varie domande, richieste ed alcuni commenti all’articolo sui rischi dell’onicocosmesi approfondirei il discorso sui prodotti e trattamenti per le unghie.
Alcune domande richiedono una risposta un po’ più approfondita di quella che posso inserire in un commento a piè di pagina, ma non posso parlare di tutti i possibili prodotti e trattamenti per le unghie; ci vorrebbe un libro, ed anche bello grosso.
L’onicocosmesi ormai è un segmento ben definito e vasto con una sua industria specializzata che fornisce cosmetici ed accessori, migliaia di “saloni”, centri dove si pratica solo ricostruzione e decorazione unghie e centinaia di corsi di formazione.
Oltre alla attività artigianale e professionale si è poi diffuso un esteso fai da te, con tutorial su internet e riviste specializzate vendute anche nelle edicole. Al mercato vengono offerte continue innovazioni e nuove tecniche ed anche se le basi formulative dei prodotti non presentano grandi cambiamenti le tecniche e soluzioni applicative di cui si parla sono sempre più originali.

Come Nutrire/Rinforzare le unghie

Quando si parla di rinforzare le unghie, più propriamente la loro lamina, c’è ancora chi fa confusione ragionando come se la lamina ungueale fosse composta da tessuti biologicamente vivi.
Le unghie possono essere deboli e fragili come conseguenza dei processi biologici con cui si formano: genetica, carenze vitaminiche o minerali, vari disturbi possono produrre variazioni della struttura chimico fisica della lamina che vediamo. Ma questa è composta da tessuti morti che si sono formati varie settimane o mesi prima e quand’anche la sua debolezza sia dovuta ad esempio ad un qualche carenza vitaminica, apportargli vitamine adesso è assolutamente inutile. Visto quanti ancora parlano di nutrire le unghie, sperando di rinforzarle, applicandogli sopra “vitamine e nutrienti”, ripeto un esempio già utilizzato per i capelli.
Questo è un albero: “respira”, si nutre, si può ammalare e si può guarireQuesta è una sedia prodotta con il legno dell’albero: non respira al massimo è permeabile a liquidi e gas, non si nutre, non si ammala e non si può guarire
La lamina ungueale essendo biologicamente morta modifica la sua elasticità, resistenza e forma comportandosi più come un pezzo di legno che come l’albero da cui il legno è stato ricavato. La composizione della lamina ungueale è relativamente simile a quella della cuticola, lo strato più esterno, dei capelli.
A parte il glicole metilenico (alias la formaldeide) che si lega e modifica la cheratina, crosslinkandone la struttura terziaria, pochissime sostanze intervengono sulla composizione della lamina modificandone effettivamente la durezza e resistenza.
Nail keratin layers, SEM
La lamina al microscopio elettronico
La lamina ungueale ha anche la struttura fisica per certi aspetti simile a quella della cuticola del capello, quindi con vari strati sovrapposti di microscaglie cheratiniche strettamente coese tra loro. Il tenore di lipidi (1 -2%) è inferiore a quello rilevabile nello stratocorneo (12-24%) o nella corteccia del capello e questo può spiegare la permeabilità all’acqua relativamente alta. Lo spessore ( da 0,5 a 1 mm.), molte volte superiore a quello dello strato corneo, comporta che, nonostante la maggiore permeabilità, la perdita di acqua (TOWL) anche se superiore a quella cutanea (TEWL) non influenzi significativamente l’idratazione dell’unghia. Il tipo e la quantità di legami tra le diverse scaglie cheratiniche nella struttura della lamina comporta la assenza del fenomeno della esfoliazione/desquamazione contrariamente alla pelle.
۞ La bufala del nutrire le unghie con prodotti applicati sulla lamina non ha alcun supporto scientifico e neppure nessuna logica. Le unghie si possono rinforzare modificandone la struttura chimico-fisica o applicandoci sopra rivestimenti, film o lamine plastiche più o meno spessi, più duri e resistenti.

Idratare le unghie

Ho ricevuto varie richieste su una presunta pratica o prodotti per idratare le unghie. Non mi risultava che fosse un argomento con un qualche seguito ma ho poi verificato che molti ne parlano..
Si tratta per lo più di nonsensi ed assurdità che girano su internet dove si confonde la lamina ungueale con la pelle e si attribuisce ad una indimostrabile secchezza delle unghie la loro presunta fragilità. Il tenore di umidità nella lamina ungueale, a causa del suo spessore è meno dipendente dalla perdita di acqua TOWL di quanto invece lo è dalla umidità esterna. Ma quel che più conta, ed è stato dimostrato, il tenore di umidità dell’unghia (dal 7 al 25%) non ha alcuna relazione con la sua fragilità. Insomma si discute molto di un fattore che non è dimostrato abbia alcuna relazione con il problema che si vorrebbe risolvere. Anche alcune manifestazioni che si pensa siano precursori della fragilità, onicoressia e onicoschizia ( rilievi longitudinali o orizzontali ) non risultano correlati all’idratazione della lamina ungueale.
In questo contesto non deve stupire il diffondersi di bufale paradossali dove per “idratare le unghie” anziché immergerle in acqua si applicano prodotti, che poi in realtà le disidratano. La pratica di applicare oli o emollienti, fino a creme idratanti non considera che l’unghia non è il sottilissimo strato corneo ed impermeabilizzandole con emollienti, oli o prodotti simili si riduce la TOWL ma soprattutto si riducono gli sbalzi del tenore di umidità superficiale dovuti all’umidità esterna.
۞ La bufala dell’idratare le unghie per renderle meno fragili non tiene conto del fatto che la fragilità delle unghie non dipende affatto dal loro tenore di umidità e che questo è frutto dell’equilibrio tra perdita d’acqua attraverso l’unghia (TOWL) e l’umidità esterna, il più delle volte già superiore all’umidità superficiale dell’unghia.

Disidratare le unghie

Alcune domande da professionisti vertevano sull’azione opposta alla idratazione.
In effetti, soprattutto chi fa ricostruzione con tip o tessuti (wrap) si trova ad utilizzare materiali particolarmente sensibili all’umidità, come gli adesivi cianoacrilati.
In questo caso per una corretta esecuzione della applicazione, può servire una preventiva disidratazione della superficie. Non servono prodotti high tech ad alto costo. La semplice applicazione di solventi basati su alcohol e acetone o componenti volatili analoghi una volta evaporati lascia la superficie dell’unghia, oltre che “pulita” adeguatamente disidratata.

Limare o non limare?

Limare le superficie dell’unghia penso sia il gesto che più si identifica con il concetto di manicure. In alcuni commenti al precedente articolo si accenna ad una vera e propria ossessione per la lima, usata a volte eccessivamente ed a sproposito.

Rilievi longitudinali si manifestano anche senza una causa specifica
In effetti mentre è relativamente facile con un lima lisciare la superficie della lamina non è facilissimo impedire che riducendone lo spessore questa non si indebolisca ulteriormente. Il problema è evidente quando si cerca di ridurre i rilievi longitudinali della onicoressia lieve. La lima utilizzata con grande competenza può abbassare solo il rilievo, ma può scavare anche dove non è necessario. Molte volte con l’obiettivo di creare una superficie liscia si è portati a ridurre lo spessore di tutta l’unghia, indebolendola notevolmente. Tecniche un po’ più complesse in grado di “ammorbidire e lisciare” la superficie dell’unghia con sostanze in grado di modificare i ponti disulfide ( disolfuri ) della cheratina non sono normlmente utilizzate, nonostante la disponibilità di prodotti basati su cisteina o acido tioglicolico. Quindi la procedura corretta dipende molto da occhio, capacità e competenza di chi lima. La scelta tra tecniche con cui si rimuovono i rilievi e quelle con cui li si copre dipende molto dallo stato effettivo dell’unghia e più questa è sottile, debole o compromessa, più è improbabile che la lima sia la soluzione.

Smalti permeabili

Si tratta di un nuovo claim non ancora molto utilizzato da noi. In sostanza si evidenzia come un rivestimento anche sottilissimo come quello dello smalto, tende a ridurre la permeabilità della lamina. Quindi si vantano formulazioni “permeabili” per far intendere che applicando il prodotto la lamina scambia maggiormente con l’esterno rispetto ad altre formulazioni. Visto come sono formulati alcuni degli smalti che si autoproclamano “permeabili” ho la netta impressione che sia tutta fuffa pubblicitaria. Gli smalti e qualunque adesivo, tips o wraps che viene applicato sulla lamina, comunque ne riduce la permeabilità ed anche se alcuni possono ridurla meno, più è spesso, uniforme e lucido il materiale meno ha senso parlare di permeabilità. Un test molto semplice, mettendo una goccia d’acqua sopra ad un foglio di carta ricoperto di smalto, dimostra che anche gli smalti che si autoproclamano permeabili all’acqua non sono permeabili affatto.

Onicomicosi

Anche per promuovere la vendita di rimedi per l’onicomicosi se ne parla molto, forse troppo.
Le infezioni delle unghie sono un bel problema, difficilmente riconoscibili, difficilmente risolvibili e con frequenti recidive. Molti confondono manifestazioni della psoriasi o di altri disturbi con l’onicomicosi, che in molti casi anche i dermatologi possono diagnosticare con certezza solo con uno screening microbiologico. Materia medica da lasciare a chi ha le competenze professionali per affrontarla.
Immagine tratta da “Cosmetic Dermatology”
Infezione sotto un'unghia artificiale
La massima cura nel ridurre il rischio di contaminazioni batteriche o fungine in chi fa manicure, ricostruzione unghie o semplice nail art è indispensabile per ridurre questi rischi. Quando l’infezione effettivamente c’è, la maggioranza dei rimedi fai da te proposti su internet sono soluzioni strampalate, dove si immagina che un qualunque biocida topico, perché no il tanto di moda olio di tea tree, possa debellare una colonia che prolifera fuori e dentro la lamina. È evidente che sulla superficie qualunque funghicida può debellare un fungo. Funziona decisamente bene anche il “banale” ipoclorito di sodio. Ma più il fungo è penetrato nella lamina più sono necessarie formulazioni specifiche, antibiotiche o antifungine, in grado di penetrare la lamina e di restarci il tempo necessario.
Rodolfo Baraldini

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